di Federico Seragnoli (federicoseragnoli@gmail.com)
“[…] Tu ignori questo male che s’apprende
in noi. Tu vivi i tuoi giorni modesti,
tutta beata nelle tue faccende.
Mi piaci. Penso che leggendo questi
miei versi tuoi, non mi comprenderesti,
ed a me piace chi non mi comprende.
Ed io non voglio più essere io!
Non più l’esteta gelido, il sofista,
ma vivere nel tuo borgo natio
ma vivere alla piccola conquista
mercanteggiando placido, in oblio
come tuo padre, come il farmacista…
Ed io non voglio più essere io!”
Guido Gozzano, “Signorina Felicita”
Succede alle volte di dimenticarsi qualcosa che ci fa bene o ci rende felici: in generale qualcosa di bello e di buono per noi. Ad un certo punto, presa coscienza di questo vuoto, ci si ritrova in un limbo nel quale saggiamo quel presentimento positivo senza però riuscire a ricondurlo all’ originale causa efficiente. Quando ci riusciamo, infine, ci sorprendiamo della nostra ingenuità e, ridendo, tiriamo un sospiro di sollievo.
Questa fu appunto la sensazione che provò Anna quando si risvegliò. Quello era un giorno speciale, da acquolina in bocca. Catapultatasi giù dal letto si precipitò in soggiorno.
Eccola qua, finalmente! Buon giorno principessa! Stavo giusto per venire di là a tirarti via le coperte!
Volevi tirarmi via le coperte!? Te lo faccio vedere io!
Anna saltò addosso al padre e cominciò a dargli pugni giocosi sulla pancia florida.
- Ahia! Si anch’ io sono felice di vederti! Calmati adesso!
Egli le bloccò i polsi immobilizzandola, aspettando che si calmasse.
E a me niente? Vieni qui bambina mia, dai un bacio al tuo vecchio.
Così dicendo il nonno girò la carrozzina verso la ragazzina che, cogliendo il gesto, prese la rincorsa e gli saltò sulle ginocchia.
Ciao nonno! Viene a piovere oggi? Che dice la tua costola preferita?
Oh fa piano bambina mia! Se continui cosi non ci sarà più nessuna costola cui domandare. Ma non importa, qualunque tempo faccia oggi questa è una giornata bellissima per te: buon compleanno topolina!
Con uno slancio la bimba prese tra le mani la testa canuta e cominciò a coprirla di baci. Il nonno, visibilmente frastornato, cominciò così a tirarle gentilmente le orecchie. Anna improvvisamente, come se si fosse ricordata di qualcosa d’importantissimo, si divincolò dalla sua presa. Con andatura marziale raggiunse il centro della stanza. A quel punto, volgendosi al padre con sguardo attento e malizioso sentenziò:
Qui manca qualcosa. Dov’è?
Il padre, sorridendo bonariamente, si alzò dalla poltrona e tirò fuori di tasca un sacchetto di tela nera. – Eccolo qui. Disse.
Lo aprì verso il basso e lentamente ne uscì una sfera argentea, zigrinata, della grandezza di una noce. Questa si librò nell’aria e fluttuando andò a posizionarsi a poca distanza dal viso della ragazza.
Questo è il tuo, ora ne hai uno anche tu. Ti accompagnerà per il resto della vita. Usalo per qualsiasi cosa ti venga in mente, mi raccomando. Tanti auguri Anna, da oggi sei anche tu un adulto.
Anna che sulle prime era così ansiosa da riuscire a stento a star ferma, si immobilizzò, in una sorta di apprensione data dalla vicinanza dell’oggetto, fluttuante ad un palmo dal suo naso. Dopo qualche istante passato nell’ispezione minuziosa della sfera, man mano che la tensione lasciava spazio al dubbio, la ragazza chiese rivolta al padre:
quindi adesso io.. com’è che devo fare? Basta che chieda?
Per prima cosa devi dargli un nome in modo che riconosca la tua voce quando lo chiami. Hai già qualcosa in mente?
Mh.. no. Ma come deve essere? Quello è maschio o femmina?
E indicò la sfera, tenendo l’indice piegato, attenta a non avvicinarlo troppo alla pallina.
Oh non importa, puoi decidere tu se per te è maschio o femmina. Pensa ai nostri: il mio si chiama Argentina mentre quello del nonno si chiama Erpech. Puoi scegliere liberamente, non fa alcuna differenza.
Anna cominciò a guardarsi attorno con aria pensierosa e poco dopo esclamò:
Beatrice! Si chiamerà Beatrice come la mia bambola preferita, così non mi dimenticherò mai!
Molto bene.
Con compiaciuta soddisfazione il padre si allontanò un poco, poi cominciò a dare le prime istruzioni per il settaggio.
Ora segui bene le mie istruzioni; dobbiamo far capire a Beatrice che quello è il suo nome e che lei appartiene a te. Prendilo in mano, avanti.
Con riluttanza Anna prese in mano la sfera: era più leggera di quanto avesse pensato, calda e ruvida al tatto.
Ora stringila tra le mani tenendole a coppa, poi dì ad alta voce il suo nome.
Come le devo tenere esattamente? Mi potresti fare vedere come si fa prima?
Non posso, la devi toccare solo tu altrimenti aumentiamo il rischio che il dispositivo di riconoscimento abbia problemi in futuro. Basta solo che la stringi e che dici il suo nome chiaro e forte.
Preso coraggio la ragazza disse il nome: sentì una strana sensazione di pesantezza, un disagio opprimente. Anche la sfera si fece più pesante e divenne fredda.
è diventata fredda, e anche più pesante..
è normale, tranquilla. Significa che è stata impostata nel modo corretto. Tu come ti senti?
Bene, direi. Però fa uno strano effetto. Come se avessi fatto il bagno con i vestiti e li avessi ancora tutti addosso, pesanti, fradici di acqua..
È giusto così, non preoccuparti di niente. Bene! Ora che abbiamo concluso la fase di inizializzazione direi che possiamo passare alla tua prima prova. Hai presente come facciamo noi? Prova anche tu, allo stesso modo. È facile vedrai.
D’accordo
La ragazza si sedette tranquillamente sul pavimento caldo. Restò così, ferma e assorta per qualche minuto. Quante volte aveva pensato a quel momento: finalmente davanti a lei la possibilità di chiedere qualunque cosa, di sapere tutto di tutto. Era eccitatissima. Da cosa poteva cominciare? Non le venne in mente niente. Pensò al suo quaderno, quello con le farfalle, dove da tempo annotava tutte le domande che le venivano in mente, assegnando scrupolosamente ad ognuna numero e data, con grande gaudio del padre. Adesso che avrebbe voluto averlo lì vicino, lei che non se ne separava nemmeno andando al bagno, si accorse d’averlo lasciato in camera, sul comodino, nella foga d’inseguire quel presentimento benevolo che l’aveva accolta svegliandosi. Non ci voleva. Inutilmente Anna tentò di concentrarsi: i suoi pensieri tornavano immancabilmente al suo quaderno con le farfalle. Farfalle! Ma certo!
Anna si alzò di scatto, punto dritto gli occhi alla sfera e le chiese:
Come volano le farfalle?
Il boccino argenteo si levò rapidamente in alto raggiungendo il centro della sala che in un attimo fu piena di farfalle multicolori svolazzanti ovunque. Queste erano riproduzioni olografiche perfettamente realistiche, tanto che quando Anna fece per acchiapparne una posata sul divano questa, percepito l’avvicinamento, volò via. Anna restò qualche momento ad ammirare il variegato sfarfallio, poi d’un tratto, riscossasi dalla meraviglia chiese rivolgendosi al padre:
E adesso?
Se vuoi sapere qualcos’altro ti basta fare un’altra domanda. Altrimenti puoi spegnerla dicendo: Beatrice STOP.
Vediamo… Voglio vedere un formicaio di formiche rosse!
Istantaneamente scomparvero tutte le farfalle. Al loro posto ora troneggiava al centro della stanza, molto più alto di Anna, un formicaio a grandezza naturale sezionato in modo che fossero visibili tutte le grandi e piccole caverne sotterranee. Anna rimase stupita. Non aveva mai immaginato che esserini così piccoli potessero creare qualcosa di tanto imponente. Che poi non era tanto strano. Anche lei e la sua famiglia, e così le famiglie dei suoi amici, vivevano tutti in case più grandi di loro, senza eccezione! Il padre la distolse dai suoi pensieri e le disse:
Ora prova a non cambiare domanda. Chiedi altre cose che riguardino questo formicaio.
Anna seguì il consiglio del padre:
Che cosa ci fanno qui dentro?
Chiese, indicando la cavernucola più vicina. Una voce rispose:
Questo è il luogo in cui le formiche accumulano il cibo.
E subito, accanto alla caverna, apparve una targhetta con su scritto: FUNZIONE: riserva di cibo. Allo stesso modo comparvero tante altre targhette, precisamente una per ogni caverna, ognuna indicante la funzione della stessa. Anna ne lesse alcune: FUNZIONE: ovario; FUNZIONE: crescita delle larve; FUNZIONE: deposito materiali da costruzione. Le balenò un’idea in mente.
Cosa fanno le formiche di questo formicaio?
Ogni individuo della popolazione svolge principalmente uno solo dei seguenti ruoli: soldato, raccoglitore, costruttore, pulitore, levatore.
Replicò la voce, scandendo la lista apparsa sotto gli occhi di Anna.
Ma allora sono proprio uguali a noi! – esclamò Anna – Papà hai visto? Vivono in case molto più grandi di loro, costruite da loro, ed ognuna di loro fa il suo mestiere!
E’ vero! Brava Anna, buona osservazione!
Il padre, tornato intanto in poltrona, si era goduto tutta la scena e ora, incoraggiando Anna a continuare, ne ammirava la velocità d’adattamento ma soprattutto la curiosità, in lui affievolita da una vita di utilizzo.
Vediamo un po’… fammi vedere una formica. Più grande, ecco così basta. Allora le braccia e le gambe le ha, anche se non fatte proprio come le nostre. Poi, ha la testa, due occhi come noi… Ma le formiche hanno un cuore?
A questo punto le proiezioni che si susseguivano passo passo seguendo le istruzioni e i dubbi della ragazza, si concentrarono a formare uno spaccato di formica, sul quale erano segnati tutti i nomi degli organi.
Ma sì, eccolo! Papà hanno anche il cuore! La specifica dice: “il cuore è di tipo tubolare, consistente perciò di un solo vaso.”. Beh, è molto più semplice del nostro, però è pur sempre una pompa! Noi siamo uguali alle formiche! Aspetta un momento. Dove sono i polmoni?
Le formiche non possiedono polmoni – cantilenò la voce – esse respirano attraverso fori che hanno sul carapace.
Anna ci pensò un po’ su, infine disse:
Perché il cuore nell’uomo e nella formica funziona nello stesso modo e i polmoni invece no?
Il modello della formica sezionata sparì immediatamente e con grande sorpresa di Anna non apparve nulla al suo posto. Nello stesso momento si udì un tonfo sordo: la pallina argentea giaceva a terra. La ragazza fece un balzo all’indietro e lasciò andare un gridolino. Il padre, senza scomporsi, s’alzò, raccolse la pallina e la porse ad Anna.
Scusami è colpa mia – disse – non ti ho detto la regola principale per l’utilizzo. È molto semplice comunque. Ascoltami bene: puoi fare qualsiasi domanda ma non devi mai usare la parola “perché”. Tutto chiaro? È un’abitudine che si perde in fretta, non preoccuparti. Oggi sei diventata adulta e gli adulti non chiedono mai il perché. Attenzione però: è diritto/dovere di ognuno informarsi, conoscere le cose, anche scendere nel dettaglio, quando serve. Con le possibilità che abbiamo oggi essere ignoranti sarebbe un vero peccato, non trovi?
Hai ragione papà.
Anna pensò che le domande erano talmente tante che, anche eliminando tutte quelle con la parola “perché”, non ci sarebbe stata comunque difficoltà a trovarne.
Ho capito! Non usare mai quella parola ma fare tutte le altre domande. È facile.
Esatto. Brava Anna, sono fiero di te.
La ragazza, presa la pallina dalla mano del padre, stette un po’ a rigirarsela tra le sue. Ancora sentiva gli echi delle brutte sensazioni che le aveva causato inizialmente ma questi erano sovrastati dall’eccitazione per le potenziali possibilità racchiuse in quel minuto oggettino.
Papà?
Dimmi cara
La mia pallina si chiama Beatrice, la tua Argentina e quella del nonno Erpech. Ma qual è il nome della pallina prima che lo decidiamo noi?
Potresti chiamarla “oggetto” o “strumento”, credo che ci si capirebbe.
Sì ma io intendevo un nome proprio, il suo nome.
Sarebbe inutile, semplicemente non ce l’ha.
E perché?
Al che Anna si accorse d’aver detto la parola proibita e si tappò la bocca con entrambe le mani.
Non lo faccio più, prometto!
Il padre le rivolse un largo ed affettuoso sorriso.
Non ti preoccupare ragazza mia. So quanto sei brava quando ti impegni. Lo farai vero?
Si papà.
Ottimo. Per esempio, se sei tanto interessata a come funziona Beatrice puoi fare una ricerca sul suo inventore. Potresti cominciare da lì. Che te ne pare?
Ma Anna non aveva certo voglia di mettersi a pensare alla Storia il giorno del suo tredicesimo compleanno.
Nonno, tu hai un suggerimento da darmi? – chiese allora cercando la sua complicità. Il vecchio, fattosi inizialmente da parte per lasciare spazio agli ologrammi, aveva seguito attentamente tutta l’iniziazione della ragazza, impassibile, rigido sulla sedia a rotelle.
no, non ne ho. Mi dispiace
eddai… ma come. Tu utilizzi Erpech molto di più di quanto papà utilizzi Argentina. Lui poi è solo interessato ai numeri, tu invece conosci sempre delle belle cose… eddai…
Il vecchio alzò lo sguardo e per un momento i suoi occhi furono in quelli di Anna. Prima gli si annebbiarono poi, con le prime lacrime, la sua maschera di atona freddezza si ruppe e cominciò a singhiozzare sommessamente. Anna, esterrefatta, corse incontro al nonno prendendogli una mano tra le sue, piccole.
Cos’hai nonno? Ti fa male da qualche parte? È ancora la schiena che non ti dà pace vero?
No! Ma che schiena! Sto bene.
Ma nonno tu piangi. Devi avere male da qualche parte…
No, sto benissimo.
Ma…
Vieni via – intervenne a questo punto il padre con fare autoritario – lascia stare il nonno.
Anna, confusa, passò a più riprese lo sguardo dall’uno all’altro: il padre serioso in volto, il nonno ancora scosso dai singulti. Considerata l’anomala situazione, l’espressione funerea del nonno e quella sempre più eloquente del padre, Anna tornò sui suoi passi. Non fece in tempo a raccogliere Beatrice, che aveva con noncuranza lasciato cadere nello slancio per aiutare il nonno, che questi era già uscito dalla sala.
Anna, sconsolata, si rivolse al padre:
Papà, cos’ha il nonno?
Niente, non farci caso. A lui capita di sentire ogni tanto dolori che non esistono. D’altra parte è anziano, la memoria gli gioca brutti scherzi. Comunque sta tranquilla. Io di crisi del genere non ne ho mai avute e posso assicurarti che non ne avrai nemmeno tu.
Bello ! Promette bene il pischello !