di Maria G. Di Rienzo
Violata a sei anni, testimone dei continui pestaggi inflitti da suo padre a sua madre (la quale alla sua richiesta di denunciarli risponde «Sssh, noi non parliamo in pubblico di faccende domestiche») Betty Makoni si trova orfana e responsabile di tre fratelli più piccoli a nove anni: la madre è infine morta dell’ennesima battitura, in un lago di sangue.
La sua lotta contro la violenza di genere, per avere controllo e signoria sul suo stesso corpo, per rompere il ciclo della povertà e avere un’istruzione comincia qui. Oggi Betty nel suo paese, lo Zimbabwe, ha circa 370.000 figlie: le tre centinaia di migliaia di bambine che ha mandato a scuola, le 70.000 che sono state soccorse dopo essere state abusate sessualmente. E’ infatti la fondatrice di Girl Child Network, ong che dal successo ottenuto in Zimbabwe ha generato una seconda associazione internazionale; ha creato modelli di empowerment per le ragazze che sono stati replicati in tutto il mondo e che decostruiscono la violenza di genere e le pratiche culturali dannose che contribuiscono a diffondere Hiv e Aids; ha costruito veri e propri villaggi in cui le bambine rigettate, violate, sole come Betty era sola nella sua infanzia, trovano guarigione e futuro; ha dato inizio a “Raggio di speranza”, la rete delle sopravvissute allo stupro e alla violenza domestica in Zimbabwe. Betty offre volontariamente consulenza a chiunque voglia intraprendere azioni come le sue (la domenica conduce allo scopo un programma sull’internet radio Zimonline), è coinvolta in una miriade di altre associazioni, gruppi iniziative anti-violenza e ha ricevuto numerosi riconoscimenti da organismi internazionali che vanno dalle Nazioni Unite ad Amnesty International. Sembra impossibile, ma fra tutto questo trova il tempo di danzare, recitare, scrivere sul suo blog, occuparsi della sua famiglia (è sposata e ha tre figli)… e di scrivere poesie. E’ appena uscita, infatti, la sua raccolta «A Woman, Once a Girl» cioè “Una donna, un tempo una bambina”, ed è quasi un’autobiografia, il racconto diretto e toccante del viaggio che ha portato Betty a sconfiggere il dolore e la paura e diventare l’acclamata attivista internazionale che è oggi. E per chi ha scritto questo libro? «Per chiunque difenda i propri diritti, per chi è più vulnerabile. Per te, affinché tu mantenga in te stessa energia positiva».
Il viaggio di Betty
9 febbraio 2012 di DB
eccellente commento, ottimo contenuto che riesce a passare direttamente “energia positiva” in tutti i sensi. Betty fa bene, e per sradicare il problema ci vorrebbe la prevenzione investendo in: educazione alla non violenza, istruzione, salvaguardia dei diritti sociali e di uguaglianza, prevenzione alla guerra… Spegnendo i focolai di guerra si ridurrebbe già molto la violenza.
Dovrei leggere Maria G.Di Rienzo almeno una volta al giorno e certo lei saprebbe farmi conoscere, come già ha fatto in altre occasioni, la forza che in questo articolo porta il nome di Betty Makoni. Leggere di Betty non mi da speranza, mi regala certezza.
Grazie a voi, davvero.
c.
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