di Mur Lafferty (*)
Traduzione e adattamento di Maria G. Di Rienzo.
Cara figlia, penso dovresti sapere che sei odiata. Del perché ti odino non sono sicura. Tu non hai fatto nulla a loro. Tu giochi con coroncine da principessa, spade e Pokemon. Leggi i tuoi libri, disegni draghi, impari a suonare il piano e pratichi il kung fu. Mi ami quando ti coccolo come mamma, quando ti alleno nelle arti marziali e quando giochiamo insieme al computer o a carte.
«Lanci come una bambina» ha strillato un idiota palesemente ubriaco che se ne stava dietro di noi alla partita. Sembra non ci sia niente di peggio dell’essere una bambina. Non lo dico da ex bambina: a me piaceva molto esserlo. Lo dico dal punto di vista del resto del mondo. C’è questo bel pezzo intitolato «Una chiamata agli uomini» di Tony Porter, dove lui chiacchiera con un ragazzino di dodici anni e questo gli dice che preferirebbe morire piuttosto di essere chiamato «una femminuccia». E l’uomo pensa: «Santo cielo, in che modo i ragazzi vedono le ragazze, se essere paragonati a esse è la cosa peggiore del mondo?».
«E Gesù cos’ha fatto, quando gli hanno inchiodato le mani? Ha pianto come una femminuccia, o ha resistito come un uomo?»: dal musical «The Book of Mormon». Io ho visto ragazzini piangere un sacco di volte. Piangono quando sono feriti. Frustrati. Offesi. Cacciati da un gioco. Quando viene loro negato qualcosa. E’ quello che i bambini fanno mentre apprendono cos’è il mondo in cui vivono. E’ dura: prima di imparare a gestirlo piangi, che tu abbia un pene o le tube di Falloppio. E’ la fottuta lezione numero 1 che apprendi dopo il tuo primo respiro. Io ho pianto. Anche tu, figlia, lo hai fatto.
Così, il mondo ti odia. Sei considerata la cosa peggiore a cui essere paragonati. Lanci la palla come una bambina. Parli come bambina. Piangi come una bambina. Dio ci scampi e liberi dall’essere bambine. Le femmine non dovrebbero essere felici, non dovrebbero studiare, non dovrebbero pensare neppure per un secondo di avere tante opportunità quante ne hanno i maschi. Pensare di fare sport. Di suonare la batteria o il sassofono. Di giocare ai videogames. Di eccellere nelle scienze e nella matematica.
Allora che facciamo, mia cara figlia? Quando crescerai un po’ sarò onesta con te e te lo dirò: li mandiamo a quel paese. Non cambierai la loro testa discutendo o dicendo loro che si sbagliano. Cambierai la loro testa mostrando come essere una ragazza sia fantastico. Glielo mostrerai non nascondendoti e non diminuendoti.
«Devo dire che sei la bambina più carina che abbia mai visto».
«Grazie».
«Solo grazie? Ah, sei terribile. Scommetto che se a dirtelo è un ragazzino corri a casa e urli: “Oh, mamma! Ha detto che sono CARINA”» (dialogo fra un anziano e mia figlia, la scorsa settimana).
Si mostra loro che siamo qualcosa di più della nostra apparenza, anche se l’apparenza è la sola cosa che commentano. Lo mostri con la tua indipendenza. Dimostri che sei qualcosa di più di quel che loro si aspettano di vedere. Lo mostri non bevendoti le loro stronzate.
Quando penso alle bambine, penso a te. Penso al tuo massimo dei voti in matematica, alla tua passione per la scienza, al fatto che ti piacciono i pony giocattolo, le spade e vestirti da Cleopatra, al fatto che non hai timidezza ne’ paura. Penso a qualcuno dall’intelletto brillante e dalla spaventosa abilità con gli aquiloni. Penso alla tua determinazione: anche se tu non ne sei ancora consapevole, io l’ho vista. Qualsiasi cosa tu sia intenzionata a fare, ti impegni sino a realizzarla.
Penso anche alla confusione di cui soffri quando i ragazzi a scuola ti prendono in giro perché ti piacciono le cose «da ragazzi» ma dicono allo stesso tempo che le cose «da ragazze» fanno schifo. A te piacciono entrambe. A te piace quello che ti interessa, sia dannato il resto del mondo.
Spero che un giorno si potrà lanciare aquiloni come bambine. E fare kung fu come bambine. E disegnare come bambine. E sai una cosa? Anche piangere come bambine. Tu getti fuori tutto e poi ti volgi alla prossima cosa, rimbalzando a incredibile velocità. Non sei come me, che tengo le cose dentro, le lascio marcire, permetto che mi deprimano per giorni e giorni. Tu non sei amareggiata.
E così ti odiano. Ma che vadano al diavolo. Perché tu sei una forza della natura, un motore che produce emozioni e talento e ostinazione e potenzialità. Vali un miliardo di loro.
(*) Mur Lafferty è scrittrice di fantascienza e fantasy, editrice del magazine «Escape Pod» e scrive articoli per varie riviste «Inoltre corro, pratico il kung fu e bighellono in giro con mio marito e la nostra figlia di nove anni, il cui soprannome è Tornado Rosa».