Siccome questo racconto di Federico Seragnoli si intitola «28 maggio» oggi è il giorno giusto per postarlo e per leggerlo. (db)
28/5/2012 4:37pm
All’esame non ci voglio nemmeno pensare.
Ma quanto è liquido questo inchiostro? Risente della temperatura della mia mano e di quella generata dalla punta della penna quando pone attrito sul foglio. Cioccolato fondente fuso. Incantevoli riflessi rosso dorati. Quando comincio a pensare sul pensare in sé, cioè a scrivere dello stesso scrivere significa che non ho più nessun significato da fissare. Involuzioni linguistiche, ghirigori, arpeggi di corde stampate ad opera di un plettro a punta in metallo che le interseca e le preme. Come faremmo noi poveri piccoli animaletti senza questo immanente miracolo ausiliario?
Entrano e si siedono ad un tavolo di distanza da me, chiuso nell’angolo, un ragazzo e una ragazza. Mi sembra di conoscerla. No, non può essere lei: a parte il fatto che questo non è il suo ambiente, ricordo che una volta qualcuno mi disse che sarebbe andata a fare la magistrale a Madrid. Improbabile dunque.
Invece è lei, d’un tratto ne ho la certezza. Nel momento in cui raggiungo questa consapevolezza, riconosciuto di sfuggita il profilo del suo viso, un vecchio nodo che credevo d’aver dimenticato stringe, dentro. Strano, non ha più il timbro di voce che mi ricordavo. Non è passato molto tempo dall’ultima volta in cui ci siamo visti, almeno dalla prospettiva degli orologi. A me sembrano secoli invece. A tratti riesco a sentire le sue esclamazioni più forti, le parole nei momenti di concitazione. Lui è assolutamente preso dalla mimica del suo viso.
Me ne ricordo benissimo: due occhi verdissimi, vivi, un naso elegante e le labbra. Le labbra di lei. Carnose senza essere gonfie, un po’ all’insù, dai contorni ben definiti. Vorresti riassaggiare di nuovo quella consistenza; non succederà. Mi ricordo del suo corpo intero. Un armonico incedere ovunque lei andasse, dettato da una flessibilità acquisita in anni di sport agonistico. Anche adesso il suo avambraccio, l’unica parte svestita e visibile di lei che mi dà le spalle, è così bello e pieno. È armonia perfetta: dolcezza e morbidezza unite a tensione e vigore.
Ma com’è agitata. Sarà la trepidazione dell’incontro che sta avendo luogo? Anche questo un sintomo della sua vitalità, indomabile, costretta nello spazio angusto tra una sedia e un tavolino? Si alzano entrambi. Lui va dritto verso il bancone del bar, lei gira attorno al tavolo per recuperare il portafogli e lo segue. Non si accorge di me, chiuso nell’angolo. Decido di tenere gli occhi bassi, non voglio che lei capisca che mi sono accorto da un po’ della sua presenza. Il fatto stesso che abbia scelto questo posto per mettermi a scrivere è eloquente rispetto al mio stato d’animo. Sento il suo “grazie” in risposta al barista, per caso, anche se è lontana metri.
Eccomi: la mente a capo chino, assorta in un lavorio di tessitura, filando trame fatte di sguardi e comportamenti, legate da saldi rapporti causa-effetto. La volontà tesa alla rappresentazione e l’illusione d’avere il controllo dei fenomeni attorno a me in un mare di presunzioni prive di fondamento. Così, le spalle coperte, viviseziono atteggiamenti e momenti di vita degli altri. Il mio grado di corruzione è tale che, superata una certa soglia, non riesco più a orientarmi. Rimango incastrato in una ragnatela di argomentazioni e punti di vista e avviene che non so più se potermi fidare di me. Perché lo faccio? Meglio non cominciare, sarebbe solo un filo di troppo. Non posso non alzare gli occhi per guardarla. Ora, da quelli che saranno 5 metri buoni, riesco a vederla in volto. La fisso senza ritegno. Rischio, anche: istanti in cui basterebbe lei focalizzasse meglio la vista per scoprire un puntino là in fondo, grande un millimetro quadrato, che la scruta. È cambiata. Tornano. Riabbasso gli occhi mentre scrivo questo periodo. Non è abbastanza lungo perché si siedano definitivamente e questo è l’ulteriore periodo che devo loro concedere per rialzarli. Li alzo. La situazione è tornata la stessa. Lui ha preso un mojito, lei una birra media. C’è un ricordo rimasto indelebile, intaccato dall’accavallarsi rugginoso dei giorni uno dopo l’altro. Quella volta, molto tempo fa, quel bacio rubato sotto le due torri, sul finire di una serata come tante. E’ già quasi mezz’ora che scrivo. Cosa è venuto fuori? Proprio una miseria. È un’ennuie un po’ sulle spine, che non riesce a capacitarsi d’essere, che guarda se stessa con gli occhi stretti a due fessure. Giorgia. Quanto vorrei non fossi stata solo una passante. Aver sfiorato e mancato la possibilità di toccarti, accarezzarti, guardarti ovunque senza timore né vergogna mi sembra l’errore più grosso che abbia mai fatto. Assorbirti ed essere assorbito da te, nient’altro a cui pensare.
Se faccio i conti con me stesso, sul serio, potrei sposarti. Ma cosa dico. Faccio i conti, sì, durano non più di 5 secondi, le voci sono: tette, culo, faccia, potenzialità nel rapporto sessuale; poi tutto il resto. Un resto nebuloso, che appare non discriminante, in cui stanno però le tue qualità migliori, oltre ai fatati momenti passati insieme, per non parlare del tuo odio spropositato quanto assurdo per i lecca lecca. Che amarezza, che schifo. D’altronde se uno fa i conti non può certo aspettarsi niente di più bello o diverso che una serie di numeri. E invece te lo racconto io come andrebbe, io lo so già. Non scherzo più adesso: io lo so già. Saremmo insieme e sarebbe bellissimo. Saperti al mio fianco renderebbe me l’uomo più umano sulla faccia della terra. Il più intenso, il più comprensivo, il più paziente, il più speranzoso, circondato da persone che si accenderebbero ad un mio sguardo. Investito del più alto e nobile compito. Entusiasmante. La prima volta sarebbe indimenticabile. Non a Bologna, un’altra città, forse Venezia, magari Madrid. Tu con me. Tu che ti concederesti a me, che avresti scelto me tra mille, IO. Quella notte, in quel momento, un attimo prima d’averti mi passerebbe davanti l’intera vita: io da bambino a giocare coi Lego; io che bacio una delle mie prime ragazze su un salterino al mare; poi i periodi neri, lacrime qua e la; la prima volta che ci siamo visti quando ci stavo provando con la tua amica; poi quella volta alle 5 di mattina; l’altra sopra quella roccia; poi le volte in cui ti ho pensata ma tu chissà dov’eri e quelle in cui non rispondevi, facendo finta di non capire, lasciando cadere nel nulla le mie pesanti allusioni. Una scena degna di quei film mezzo sdolcinati che non hai mai potuto sopportare. Sarei lì legato a te, un attimo prima di quel limite invalicabile alla mia immaginazione, sarei lì, ma c’ero già, in realtà c’ero sempre stato. Ogni passo, ogni pensiero, ogni suono, ogni movimento delle mie cellule, ogni scambio di elettroni; capire che ogni movimento dell’universo mi aveva condotto lì, non riuscire a pensarlo ma sentirlo e in questo rapimento assistere allo spalancarsi di quello che un giorno si chiamerebbe “il periodo più bello della mia vita” e il giorno dopo “uno dei periodi più belli della mia vita”.
Perché vedi Giorgia, è così che funziona. Un giorno, mettiamo pure anche svegliandomi al tuo fianco (è realistico), penserei che quello non è più il mio posto, che voglio amare di nuovo, che voglio di nuovo provare quella trepidazione nell’esporsi all’ignoto, quei dolori di cui un tempo fosti tu regina. Comincerei a guardarmi intorno e la troverei: inevitabile. La dipingerei subito complementare a me, bellissima e priva di quei difetti che avrei creato e apposto alla tua immagine per giustificare il mio essere. Eccoci arrivati Giorgia: il mio essere. Per la precisione (precisione!?!?): volubile, incerto, desideroso, mai pago, mai contento, scalpitante, perennemente in cerca di. Mi stancherei, questo è. Tu non basteresti, io non sarei più lo stesso e quella sarebbe la rovina. Eppure se quel momento conteneva in sé tutti quelli passati allora comprenderebbe anche quell’infausto risveglio. Come potrei farti questo? Come potrei perdonarmi? Giorgia dimmi di questo momento, ebbro e perso, tu che sei a un metro da me, lontano anni luce da qui. Anche in questo momento c’è già tutto? Anche adesso, adesso sono bimbo che gioca, sono ragazzo incosciente che ti incontra per la prima volta, sono uomo che ti sente venire sotto di sé, sono spettro che si smaschera. Ora tutte le droghe che mi farò, tutti gli esami che darò, tutti i libri che leggerò, tutti i funerali a cui parteciperò fino al mio, l’ultimo. Penso che nell’incertezza e nella paranoia totali mi alzerò di qui per andarmene non-so-ancora-dove. Tutto ciò non ha conclusione. Che Kierkegaard abbia ragione? “Non può essere che la mia attività di osservatore obiettivo indebolisca la mia forza come essere umano?”. Ricordo ancora le volte in cui mi chiedevi incuriosita cosa stessi scrivendo. Non ti ho mai fatto leggere nulla, che stupido. Mi scopro a pensare a quanto vorrei che succedesse adesso. Lo so, lo so, un’altra patetica scena da film. Forse dovrei solo riuscire a lasciarmi andare un po’ di più (più di così!?) nella vita reale intendo (eh già). Alla fine anche per oggi quel che si profila è la fuga. Giorgia, io vorrei amarti, questo rimane, ma. Il tuo caro amico si alza tutto serio in volto. Certo deve rispondere a una telefonata molto importante e ti lascia sola: che uomo di spessore. Anche tu ti metti al lavoro estraendo penna e agenda. Non si può perdere un minuto di questi tempi. È ora di andare. 6:09pm
Sto per alzarmi quando il barista, passandomi a fianco, lascia sul tavolo un biglietto. Sopra c’è scritto in stampatello “COSA SCRIVI?”. Cosa gli importa poi? Ci mancava solo il buontempone di turno, di quelli che mi credono un alieno non avendo mai praticato questo gesto al di fuori delle formalità. Non sarebbe la prima volta. Sono alla frutta, urge andarsene il prima possibile. Aspetta un momento. E se. Alzo gli occh