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	<title>il Blog di Daniele Barbieri &#38; altr*</title>
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	<description>&#34;Per conquistare un futuro bisogna prima sognarlo&#34; (Marge Piercy)</description>
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		<title>Racconto cavalleresco, capitolo 1</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 17:59:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>DB</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Kike Anno del signore 2012 -On- ATTACCO Il poeta urlò: &#8211; guerra!! – Una sirena suonò come un lamento e la fabbrica cominciò a muoversi, prima lentamente poi al ritmo prestabilito per esigenze di produzione. Con Lei tutti gli uomini che si trovavano di turno. Turno che sarebbe terminato esattamente otto ore dopo. - [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=danielebarbieri.wordpress.com&amp;blog=2198984&amp;post=7288&amp;subd=danielebarbieri&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Kike</strong></p>
<p>Anno del signore 2012<br />
-On-<br />
ATTACCO</p>
<p>Il poeta urlò: &#8211; guerra!! –<br />
Una sirena suonò come un lamento e la fabbrica cominciò a muoversi,<span id="more-7288"></span> prima lentamente poi al ritmo prestabilito per esigenze di produzione.<br />
Con Lei tutti gli uomini che si trovavano di turno.<br />
Turno che sarebbe terminato esattamente otto ore dopo.</p>
<p>- Tre turni di otto ore! – Toc<br />
- E tre sirene a dare il via! – Toc<br />
Batteva il bastone sul pavimento in legno.<br />
Così sentenziò il conte Vangaglia con il Suo Responsabile per le Esternazioni, un omuncolo insignificante, lacchè col padrone e severo con i sottoposti, Plinio faceva di nome.</p>
<p>Toc!<br />
- Dovrà essere così! –<br />
- e poi voglio uomini blu, uomini verdi e uomini arancio per distinguerli! Che si alternino turno dopo turno e giorno dopo giorno!<br />
- Non voglio interruzioni! – Toc!</p>
<p>C’erano uomini lì da anni e uomini neo entrati.<br />
Blu, verde e arancio e tre sirene come lamento.<br />
Uomini solitari e uomini in squadre e la fabbrica: orchestra di suoni meccanici.<br />
Il grande pennone, detto anche sputa fuoco, soffiava il GranBuonFumoNero di qua e di là, affinché i colori del conte e della famiglia che esso rappresentava, i Vangaglia, colorasse il territorio (cielo&amp;terra) da loro conquistato a suon di scudiPesanti che loro stessi producevano pagando in scelliLeggeri gli uomini colorati da loro assunti.</p>
<p>Plinio, l’omuncolo, si muoveva sul grande pennone detto anche sputa fuoco, che soffiava il GranBuonFumoNero di qua e di là, con un microfono a gelato color bianco e blu che leccava tra una parola e l’altra ripetendo con tono perentorio il testo imparato a memoria:<br />
- Tre turni di otto ore!– Slurp<br />
- E tre sirene a dare il via! – Slurp<br />
Slurp!<br />
- Dovrà essere così! –<br />
- e poi voglio uomini blu, uomini verdi e uomini arancio per distinguerli! Che si alternino turno dopo turno e giorno dopo giorno!<br />
- Non voglio interruzioni! – Slurp!</p>
<p>- Rifò?! – chiese Plinio al suo segugio Guido Guidi.<br />
- No sua Eccellenza Dottor Egregio e Nostro Supremo, è stato perfetto!!!! – disse il Guidi girandosi in cagnesco verso quella marmaglia che dattilografava, scriveva, riprendeva e filmava le esternazioni del Responsabile per le Esternazioni:<br />
- Non è vero?! –<br />
- Verissimissimo – disse lo scrivano.<br />
- Altroché – il dattilografo.<br />
- Mamma mia, commovente – il film maker.<br />
- . .  . – il segretario n°1.<br />
- Idem – il segretario n° 2,3,4,5,6,7 … così via fino alla capo-segretaria che le scappò un – Cazzo padrone . . .  – e subito la stagista le scappò un sorriso che il Guido freddò con lo sguardo.<br />
Poi tutti in coro:<br />
- Oooohhhhhh … -</p>
<p>Quella marmaglia, assiepata fitta-fitta sulla scaletta di metallo girava a girella attorno al gran pennone, guardava di sbieco a capo chino Plinio e la sua rappresentazione.<br />
Sotto, molto sotto, nel piazzale che si intravedeva, i responsabili sindacali avevano chiamato a raccolta gli uomini blu ed arancio, non occupati nel turno, per discutere delle nuove disposizioni della azienda-famiglia che li occupava con un contratto a tempo determinato secondo l’equazione Vangaglia:</p>
<p>a : b = t : V*</p>
<p>a: il lavoratore<br />
b: la fabbrica<br />
t: il tempo<br />
V: l’incognita Vangaglia</p>
<p>*incognita scoperta dal giovane Lorenzo Vangaglia nel 1990 durante i suoi studi liceali presso il  liceo Adamo Vangaglia.</p>
<p>Terminata la rappresentazione e solo dopo che il fido Guido Guidi disse a Plinio le seguenti parole: &#8211; Lei è una persona squisita –<br />
- E’ simpaticissimo –<br />
- La sua rappresentazione è stata fantasmagorica –<br />
Plinio, leccando l’ultima parte del gelato-microfono, lasciò cadere distrattamente il microfono stesso dal grande pennone.</p>
<p>- APRIAMO UNA PARENTESI –<br />
Il microfono cadendo fendeva l’aria, resa nera-nera o grigio-grigio a seconda dell’umidità di questa, in modo netto e tagliente come un pugnale che fende il burro e come il pugnale che fende il burro si piantò nel cranio di un operaio che si trovava ai piedi del grande pennone per l’incontro sindacale che settimanalmente si teneva e si tiene e si terrà nel grande piazzale Primo Vangaglia.<br />
La disattenzione dell’operaio blu, del turno blu, con badge numero 025578/03 fu pagata a caro prezzo dallo stesso, con la vita.<br />
Subito partì una vertenza sindacale dai sindacati riuniti sotto il gran pennone che fu presa al volo dal Responsabile per le Esternazioni Plinio e ributtata agli stessi come un boomerang con queste sue parole:<br />
- Se l’operaio con badge n° 025578/03 avesse indossato il casco non avrebbe riportato alcun danno come da legge sulla sicurezza 626 corretta e riveduta in 626-6262 –<br />
E con fare condottiero indicò il grande cartello ben visibile ovunque:<br />
ORDINE + PULIZIA = SICUREZZA *</p>
<p>*(Trovata pubblicitaria del giovane Copywriter William II Vangaglia che gli valse numerosi premi, tra cui il Telegatto nell’anno del Signore 1999, e lo consacrò all’immortalità sui testi universitari come “Diritto e Lavoro: + lavoro”, “Sicurezza sì! Dove, quando e perché”, “Quando ci pare a noi” per le edizioni Vangaglia&amp;Vangaglia).</p>
<p>Subito una macchia rossa andava via via allargandosi sotto al corpo inerte dell’ormai ex operaio che subito la ditta esterna per la sicurezza all’interno della fabbrica si precipitò ad isolare.<br />
Disperse i presenti, operai e sindacalisti, invitandoli a entrare nei capannoni della fabbrica per lo straordinario retribuito a lutto (per le spese mortuarie) e mise in sicurezza il luogo dell’incidente per l’arrivo delle forze dell’ordine.<br />
L’intervento della ditta esterna a dire il vero non fu tempestivo, essa infatti si trovava all’esterno della fabbrica stessa ed interveniva solitamente o prima-prima o dopo-dopo.<br />
I dipendenti della ditta esterna per entrare dovevano infatti o presentarsi ai cancelli della fabbrica e superare un test attitudinale preparato da diversi personaggi sul libro paga del Responsabile per le Esternazioni Plinio, come un laureato in cerca di occupazione permanente, un operaio con licenza media inferiore e random da chi passava di lì. Per superare il test non occorreva rispondere alle domande in modo corretto, era necessario rispondere alle domande come avrebbero risposto alle domande i tre sopra citati.<br />
Oppure i dipendenti della ditta esterna dovevano scavalcare la recinzione in ferro.</p>
<p>In questo caso, a rigor di cronaca, il giornalino “La fabbrica oggi, domani … Domani?” scrisse testualmente: &#8211; Data la gravità dell’incidente accorso al nostro stimato collega n° 025578/03, gli addetti alla sicurezza della ditta esterna hanno solertemente declinato l’invito a compilare il test ed eroicamente ed agilmente hanno scavalcato il cancello e sono prontamente intervenuti per decretare ufficiosamente l’ora del decesso che solo ufficialmente è stato decretato dall’organo preposto  Morituri te salutant qualche ora più tardi avendo brillantemente superato il test di ingresso”.<br />
Saltando di parola in parola arriviamo al clou del pezzo giornalistico scritto dall’operaio Caporeparto ed esponente sindacale Vix-Vaporun Luca Puntiglio: &#8211; “ . . . uniti nel dolore alla fa . . . ntastico discorso del Responsabile per le Esternazioni Plinio da cui prendiamo le parole più forti e carismatiche:<br />
- Tre turni di otto ore! – Slurp<br />
- E tre sirene a dare il via! – Slurp<br />
Slurp!<br />
- Dovrà essere così! –<br />
- e poi voglio uomini blu, uomini verdi e uomini arancio per distinguerli! Che si alternino turno dopo turno e giorno dopo giorno!<br />
- Non voglio interruzioni! – Slurp!</p>
<p>L’articolo continuava: “ . . . riprendiamo le parole del Dottor Guido Guidi:<br />
- Lei è una persona squisita –<br />
- E’ simpaticissimo –<br />
- La sua rappresentazione è stata fantasmagorica –</p>
<p>“ La giornata purtroppo – l’articolo – ha avuto una nota dolente, l’aria nel circuito dell’aria ha avuto un calo di pressione tale per cui la produzione ha avuto una flessione di circa un’ora con conseguente sospensione dell’uscita del fumo nero-nero, causa umidità del 83%, dal grande pennone.<br />
Il Signor Plinio in persona se ne scusa”.<br />
“ . . . Nota positiva della giornata una nuova assunzione. Alla faccia della crisi, noi, ASSUMIAMO. Diamo il benvenuto quindi all’operaio blu, del turno blu, con badge n°025578/04”.<br />
CHIUDIAMO LA PARENTESI</p>
<p><strong>UNA NOTA SUL CAVALIERE (e povero anche il cavallo, ah-beh. Sì-beh)</strong><br />
Invidioso degli spazi che quotidianamente si sono presi Giando e Mam, in un recente passato, anch Kike propone una (pacifica e concordata) invasione delle ore 19. A me questi suoi pensieri da riordinare piacciono e ho detto sì. Solo in alcune foto truccate può sembrare che Enrico abbia un martello e mi stia minacciando; se però guardate attentamente noterete che l&#8217;acqua minerale (puah) sul tavolino a destra è scaduta, dunque non bevete(ve)la. Anzi leggete e commentate in libertà. Saranno 5 puntate … o forse più. La seconda dunque domani sera. (<em><strong>db</strong></em>)</p>
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		<title>Di cosa scriviamo quando scriviamo di crisi</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Jan 2012 11:01:06 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Breve saggio di <strong>Lanfranco Caminiti</strong></p>
<p>* Nella <em>Compagnia degli uomin</em>i, Edward Bond, drammaturgo inglese, mette in scena il conflitto tra padre e figlio nella cornice di uno spietato gioco di finanza. Il figlio,<span id="more-7245"></span> disprezzato dal padre contro cui trama e complotta, viene aggirato e schiacciato dagli intrighi degli altri personaggi e finisce per impiccarsi. Colpisce – il testo è del 1990 – il riverbero nella storia reale di Bernard Madoff, l’uomo della più clamorosa e colossale truffa americana ai danni di investitori che si erano fidati di lui, esplosa nel dicembre del 2008 con il suo arresto, inchiodato dalle accuse del figlio, Mark, che, tormentato, ha finito proprio per impiccarsi. I giochi e gli intrighi del denaro sono altamente drammaturgici, tragici e grotteschi nello stesso tempo. Non è una scoperta del teatro contemporaneo: in fin dei conti, cos’altro è <em>Il mercante di Venezia</em> di Shakespeare se non la riflessione tragica e grottesca su un’obbligazione, sulla riscossione di un’assicurazione su un credito, su – diremmo oggi – un Cds? C’è un momento in cui le navi di Antonio sono date per disperse forse naufragate, la sua ricchezza è sfumata, lui è in bancarotta: la libbra di carne richiesta da Shylock non è come uno swap?</p>
<p>* Recentemente la rete televisiva americana HBO ha prodotto <em>Too big to fail</em>, un film per i circuiti televisivi internazionali con un cast stellare: ci sono William Hurt, James Woods, Bill Pullman, Paul Giamatti, Matthew Modine e tanti altri, che interpretano Henry Paulson (allora, Segretario del Tesoro), Ben Bernanke (capo, allora e oggi, della Federal Reserve), Tim Geithner (allora, presidente della Fed di New York, oggi Segretario del Tesoro), Warren Buffett, e vari membri del Congresso. Il film ricostruisce nel dettaglio i retroscena del fallimento della Lehman Brothers dopo il salvataggio della banca Bear Sterns, di Fannie Mae e Freddie Mac, della Aig. Il crollo della Lehman Brothers è considerato ormai universalmente il topos della crisi finanziaria del 2007-08. Senza cedere a alcun manierismo, nel film quel momento cruciale è ricostruito nel maggior dettaglio possibile, per quanto oggi ci è noto da audizioni, inchieste giornalistiche, memoir: il conflitto tra Tesoro americano e privati, le contraddizioni sul piano normativo, le pressioni debite e indebite, l’azzardo morale, il bazooka del quantitative easing, cioè dell’immissione di liquidità senza limite, la dura divergenza con gli inglesi e la sfiducia dei fondi sovrani (i coreani, nel caso). I dialoghi sono fulminanti: uno dei personaggi, il capo di un’importante banca privata di investimenti, precettato, come gli altri, per essere coinvolto nel tentativo di salvataggio della Lehman, viene tratteggiato da Paulson così: «Quando eravamo assieme in Goldman Sachs, ogni tanto lo si sentiva gridare nei corridoi: “C’è del sangue oggi nell’acqua, andiamo a azzannare”. Uno squalo». La società, il mondo degli uomini e delle donne, rimane sullo sfondo, evocato ma mai visibile. Eppure, la certezza che qualsiasi decisione, qualsiasi mossa accada dentro quel mondo chiuso, quell’inner circle fatto di incarichi pubblici che sono stati Ceo di grandi fondi privati e viceversa, avrà effetti enormi sulla vita degli uomini comuni è chiarissima. Davvero, una narrazione notevole.<br />
Anche <em>Margin call</em>, con uno strepitoso Kevin Spacey e Paul Bettany, Jeremy Irons, Stanley Tucci, tra gli altri, è un film sulla crisi finanziaria. Margin call, in finanza, è il margine di garanzia richiesto da un broker (un dealer, una banca) a un investitore per operare sul mercato dei futures o delle opzioni. Dall’andamento del mercato il broker accredita o addebita i guadagni o le perdite giornaliere su un conto. Ma se il conto su cui opera il broker scende sotto una soglia minima, il broker farà un margin call, cioè un ordine perentorio di ricostituzione del margine originale di un future, pena la chiusura del contratto. Succede, spesso, che il broker operi in perdita coi soldi dei clienti. Ed è qui che succedono i pasticci. Il film inizia con il licenziamento di uno dei capi servizio di una grossa banca di credito finanziario. Prima di andare via l’uomo lascerà nelle mani di un giovane analista una chiavetta usb contenente dei dati allarmanti. A causa di un folto pacchetto di azioni virtuali e tossiche la banca è destinata a fallire nel giro di 24 ore. Da quel momento il film si svolge nel corso di una sola notte in cui viene organizzata una riunione d’urgenza per cercare di trovare una soluzione al problema. Si scontrano le vite e le idee di persone completamente diverse tra loro. Ci sarà chi si preoccuperà solo del proprio tornaconto, chi della propria dignità professionale e chi del futuro dei colleghi destinati a perdere il lavoro. Magnificamente scritto. Una materia ostica, difficile, specialistica, diventa un dramma straordinario. Mi è venuto in mente il David Mamet di <em>Americani</em> [<em>Glengarry Glen Ross</em>, 1992], sulla prima grande crisi immobiliare americana e le trasformazioni del mercato e dei venditori. L’ultima grande performance di Jack Lemmon, Shelley «The Machine» Levene. Con la sua frase memorabile contro il nuovo dirigente che vuole rendimenti più alti a qualunque costo, pronto a far firmare contratti di mutui anche ai morti, che aizza i venditori l’uno contro l’altro, facendo le pagelle e mettendo in palio una Cadillac: «In questo mondo non c&#8217;è più posto per gli uomini. Questo non è un mondo per gente come noi. È un mondo di passacarte, di burocrati, di mezzemaniche. Non fa per noi. Non c’è più gusto. Siamo alla fine. Ecco cosa siamo, noi siamo una razza in estinzione!» Beh, dieci anni dopo, i mutui erano ormai solo un derivato finanziario e i subprime non li facevano firmare ai morti, ma poco ci mancava.<br />
Il capostipite di questi film recenti sulla finanza è <em>Wall Street</em> di Oliver Stone, del 1987, con al centro la figura di Gordon Gekko, spietato giocatore della finanza. Peraltro, dopo il crollo e il carcere, Gekko è tornato, con Wall Street. <em>Il denaro non dorme mai</em>, del 2010, dove Michael Douglas fa prima a pezzi il giovane broker Jacob che si è intanto fidanzato con sua figlia, che lo odia imputandogli il suicidio del fratello più giovane e fragile, poi riconquista il suo tesoro nascosto e mentre il mondo finanziario crolla, con la crisi dei subprime, riprende a guadagnare alla grande, proprio perché aveva intuito quello che stava per accadere. Alla fine però, un certo sentimento prevale. L’avidità – la greed, osannata per anni dalla politica americana prima con Reagan e ora con più prudenza dal partito repubblicano e con misticismo dal Tea party – si arrende davanti a un’ecografia, il bimbo che sta per nascere ai due giovani. Quanto era cinico e convincente il primo film, è debole e speranzoso il secondo.</p>
<p>* Il mondo anglosassone ha da tempo messo in scena il mondo finanziario, ne ha fatto drammaturgia, e negli Stati uniti – come potrebbe essere altrimenti, visto che buona parte dell’immaginario occidentale si costruisce là – sono stati lesti nel trasformare la crisi dei subprime e la crisi finanziaria in sceneggiature. Se per un qualsiasi spettatore è difficile riconoscersi nei personaggi, a meno di non essere un broker di Wall Street o il gestore di un hedge fund, queste sceneggiature hanno svolto una funzione didascalica, utile e nient’affatto catartica, molto più che un docufilm di Michael Moore o il pur bello <em>The Corporation</em> [entrambi canadesi, come la rivista «Adbusters» che ha inventato lo slogan Occupy Wall Street]. Perché i crolli della Borsa, i fallimenti dei fondi pensione, il gioco degli swap e di una infinita varietà di derivati fino a diventare incomprensibile, fino a perderne il conto e la ragione, vengono ricondotti a quello che effettivamente anche sono: azioni umane, volontà soggettive, passioni, desideri, lotte di potere, frustrazioni. La crisi, cioè, si capisce narrativamente come non succede altrimenti.<br />
Il circuito finanziario era già entrato di recente nel cinema con un personaggio di <em>La 25a ora</em> di Spike Lee: il broker, amico del pusher (Edward Norton) che ha ventiquattr’ore di tempo per salutare il suo mondo prima di andare in prigione, che ha giocato allo scoperto milioni di dollari di un fondo pensione e, mentre il suo capo gli intima di richiamare gli ordini e coprirsi, continua imperterrito e ormai fuori da ogni regola la sua scommessa che si fonda su un solo dato in arrivo su un monitor, il numero trimestrale dei disoccupati. È agghiacciante: il mondo del lavoro, uomini e donne, ridotto a un dato sul monitor per inventare denaro. Il film è del 2002, ma il romanzo di David Benioff, da cui il film è tratto, era stato scritto prima dell’undici settembre, mentre Lee decide di proiettare sul racconto il fascio della luce della tragedia proiettato verso il cielo. È una delle scene più angoscianti: gli amici, raccolti in un appartamento che affaccia su Ground Zero, guardano l’enorme voragine dove le ruspe lavorano senza sosta sotto i riflettori. Questa era l’America di quei giorni: una voragine, uno smarrimento. E un vitalismo senza regole, senza prospettive, senza senso, avvitato su se stesso: fermo sul posto. Una simile voragine, un simile smarrimento si riaprì con la crisi del 2007-08.</p>
<p>* Negli Stati uniti la crisi finanziaria del 2007-08 è stata un’esperienza di vita personale – la crisi dei subprime ha significato la perdita della casa per centinaia di migliaia di mutuatari, la crisi della Lehman Brothers ha comportato la perdita del lavoro per migliaia di addetti che uscivano con gli scatoloni degli effetti personali dai grattacieli luccicanti –, mentre in Europa, in Italia, è rimasto un episodio lontano, impersonale. Non che in Europa non sia arrivata l’onda di quella crisi, ma è rimasta confinata in un ambito inattingibile, quando non incomprensibile alla vita degli europei. Inenarrabile. Le banche, i governi, i tecnici se ne interessavano e vi erano coinvolti e preoccupati. Loro sapevano, non proprio tutto, ma molto di più degli altri, della gente comune. La maggior parte degli europei, degli italiani, ne era informata, ma non ne faceva immediata esperienza. E senza esperienza, non c’era narrazione.<br />
Si conferma e si smentisce cioè nello stesso tempo uno dei concetti-cardine di Walter Benjamin espressi ne <em>Il narratore. Considerazioni sull’opera di Nikolaj Leskov</em>, dove, per affermare che la narrazione volge ormai al tramonto, dato che le «quotazioni dell’esperienza sono crollate», scrive: «Mai esperienze furono più radicalmente smentite di quelle strategiche dalla guerra di posizione, di quelle economiche dall’inflazione». Come sempre, un lampo di luce attraversa le frasi di Benjamin: «le quotazioni dell’esperienza» è un’espressione straordinaria, sedimentata di significato, un accostamento linguistico – economia e narrazione – inusitato, comprensibile ricordando quel drammatico rivolgimento che fu l’inflazione fuori da ogni controllo che portò al crollo della repubblica di Weimar e poi all’avvento del nazionalsocialismo. Ogni esperienza precedente, ogni storia dell’inflazione era assolutamente inconsistente e inutile alla luce di quella catastrofe che conduceva all’afasia o all’urlo. La crisi economica tedesca degli anni Venti fu un’esperienza sociale devastante: a dicembre del 1923 un chilo di pane costava 399 miliardi di marchi, e gli operai venivano pagati giornalmente e correvano al mercato a comprare gli alimenti perché il giorno dopo la loro moneta non sarebbe valsa quasi nulla. In Germania è conficcata nell’immaginario sociale, l’inflazione e il debito pubblico sono come una Geenna, e alla luce di questo dato sono comprensibili certi timori della leadership tedesca. Benjamin ribadisce e affina nel Narratore [che è del 1936, a nazismo ormai affermato] la propria idea di narrazione che aveva già presentato nell’introduzione a quel capolavoro assoluto che è <em>Berlin Alexanderplatz</em> di Alfred Döblin [che è del 1929: Franz Biberkopf, il personaggio centrale, a un certo punto si mette a diffondere i fogli nazionalsocialisti di propaganda senza minimamente crederci] dove la devastazione sociale diventava sfigurazione dei tratti umani e psicologici dei personaggi, incapaci ormai di capire e gestire il proprio destino, gettati nel mondo, sbattuti e aggrappati a uno spazio che cambiava continuamente e era sempre lo stesso, la piazza. Alexanderplatz è il luogo in cui si stanno realizzando trasformazioni sconvolgenti, scavatrici e battipali lavorano senza tregua, la terra trema sotto i loro colpi, è il luogo in cui più che altrove, le viscere della metropoli, i cortili interni hanno mostrato le loro voragini. È il Ground Zero della Berlino anni Venti. In un vitalismo avvitato su se stesso: fermo sul posto. Nel romanzo di Döblin non è difficile leggere in filigrana il debito teorico – non so se reale, consapevole o casuale: ci sono momenti in cui i concetti volano nell’aria come farfalle monarca in migrazione, avanti e indietro, e si lasciano ammirare – verso Georg Simmel, primo vero filosofo del denaro come unico collante sociale, e della metropoli. Proprio quel romanzo, assolutamente sperimentale e innovativo nella forma e nel linguaggio, così zeppo di esperienza umana, marginale e assoluta nello stesso tempo, mostrava la crisi della narrazione, che era per Benjamin l’esperienza comunitaria e perciò politica dell’uomo.</p>
<p>* Gli americani hanno reso narrativa la crisi finanziaria attraverso il cinema. L’hanno resa raccontabile. Va detto che già la letteratura se ne era interessata, ne aveva scritto le avvisaglie: Don DeLillo, nel 2003, pubblicò <em>Cosmopolis</em>, un ambizioso romanzo che racconta ventiquattr’ore [è strana questa ricorrenza di un tempo fissato a una sola giornata, e ben più che a un’influenza ormai spensierata di Joyce fa credere che dipenda dalla rapidità e caducità della vita dei movimenti della finanza, overnight] di Eric Parker, un ventottenne multimiliardario gestore di investimenti che attraversa la città – e i suoi ingorghi, qui per una visita presidenziale, lì per il funerale di un rapper, là per un riot – su una limousine superaccessoriata ma non per questo meno fragile e in balia degli eventi. Nel corso di queste ventiquattr’ore Parker perderà una somma incredibile di denaro scommettendo contro il rialzo dello yen, firmando la sua rovina, che è finanziaria e umana. Ma il cinema, e ancora di più il cinema per le reti televisive, è molto più popolare della buona letteratura. Così, gli americani hanno potuto capire le scelte – giuste o sbagliate, giuste e sbagliate – degli uomini che stanno dietro i meccanismi del potere distante, che stanno dentro quei meccanismi lontani. Ciò che è distante è inenarrabile, non riusciamo a attingerlo. La narrazione ha permesso loro di comunicarsi l’esperienza. È difficile sottrarsi alla suggestione che proprio questa narratività, cioè la capacità di raccontare l’esperienza, di condividerla, si sia in realtà riflessa nel movimento di Occupy Wall Street. Il racconto della crisi finanziaria era già comunità linguistica e si è trattato di dare la forma di una comunità politica. Occupy Wall Street è contemporaneamente un movimento di narratori e di lettori di quello straordinario dramma che è la crisi finanziaria. Benjamin ne sarebbe rimasto stupito.<br />
In un testo su «Die Zeit»,<em> La fine del capitalismo,</em> Wolfgang Uchatius scrive: «Possiamo immaginare una rappresentazione teatrale all’aperto. C’è un’opera che va in scena dal settembre del 2008, quando la banca d’investimento statunitense Lehman Brothers è fallita. S’intitola Crisi finanziaria». Ecco, Uchatius parla di una rappresentazione teatrale e di un’opera come metafora. Negli Stati uniti, invece, accade proprio questo.</p>
<p>* Noi europei, noi italiani, non abbiamo avuto una narrazione della crisi finanziaria. Forse sta qui uno dei motivi per cui un movimento come quello di Occupy Wall Street rimane inconcepibile. Noi europei, noi italiani, non abbiamo avuto esperienza della crisi finanziaria, e senza esperienza non c’è narrazione. La crisi finanziaria è rimasta confinata tra i tecnici, nell’inner circle, gente che va e viene tra incarichi pubblici e consigli di amministrazione privati di banche o fondi di investimento. L’introduzione di termini tecnici, a volte paradossale, a volte grottesca, come quella dello spread, nel linguaggio giornalistico prima e nella chiacchiera pubblica dopo, non ha modificato questa realtà, anzi l’ha resa ancora più impermeabile, più distante. Lo spread non comunica nulla, se non un dato che sembra oggettivo e bizzarro come il tempo: accanto alle informazioni meteo, le televisioni e i quotidiani vanno introducendo le informazioni spread. Lo spread non appartiene alla nostra esperienza umana quotidiana, a meno di non essere uno che tutti i giorni interviene sul mercato secondario dei titoli. La continua reiterazione dei movimenti dello spread ha finito per uccidere qualsiasi narrazione possibile. Forse, è proprio questo il punto: l’informazione, ossessiva, espropria la narrazione. Siamo inzeppati di analisi, grafici, ragionamenti, statistiche e sequenze, ma piuttosto di facilitarci nel comunicare qualcosa, una qualsiasi esperienza, questa mole di dati diventa disumana, un paesaggio di macerie, una voragine. Non ci sono eroi, nello spread, non ci sono codardi, non ci sono passioni, amori, tradimenti. Lo spread non potrà mai essere un personaggio. E senza personaggi non ci sono storie. Penso alla più recente prosa di Eugenio Scalfari [repubblica.it del 16 gennaio 2012], tipo: «Il Tesoro tuttavia, come la stessa Bce ha suggerito e dal canto nostro abbiamo raccomandato, dovrebbe aumentare il numero dei titoli in scadenza a breve durata, che il mercato vede con favore. Dovrebbe altresì azzerare il fabbisogno con un’operazione che rientra agevolmente nelle sue attuali capacità». Per chi scrive Scalfari? Chi è il lettore di Scalfari? Monti, Draghi, Vittorio Grilli? L’inner circle? Davvero esiste una narrazione comune, sociale – si può essere insieme narratori e lettori – che passa attraverso la differenza che andrebbe sollecitata tra le emissioni e i rendimenti dei titoli a breve, media e lunga scadenza?<br />
Eppure, gli uomini comuni dell’Europa, dell’Italia stanno facendo esperienza della crisi.</p>
<p>* È proprio così? In realtà, quello di cui noi stiamo facendo esperienza non è la crisi finanziaria, ma delle misure varate dai governi europei contro la crisi. In Romania, ieri l’altro, a Bucarest, a Cluj, a Iasi a Targu-Mures, ci sono state manifestazioni di piazza e scontri durissimi con la polizia. La Romania, per rientrare nei livelli di deficit concordati con il Fmi e l’Unione europea, ha dovuto fare i tagli più duri dell&#8217;intera Unione europea. Il 25 percento in meno negli stipendi per i dipendenti pubblici, e tagli consistenti alle pensioni. Oggi un pensionato romeno con 37 anni di lavoro prende in media 160 euro al mese. Pur con tutte le debite proporzioni con il costo della vita, sembrano proprio pochini. In questo senso, anche la Grecia è emblematica. La protesta sociale – quella che gli analisti dei rating definiscono «reform fatigue» e a cui probabilmente assegnano un punteggio e di cui disegnano un grafico – si è intensificata e è lievitata a partire dalle misure imposte dall’Europa al premier Papandreou prima e ora a Papademos per uscire dalla crisi. Tagli agli stipendi per i dipendenti pubblici, e tagli consistenti alle pensioni. Come in Romania. Petros Markaris, lo scrittore greco inventore del commissario Charitos, ci va scrivendo una trilogia, sugli effetti di queste misure. Markaris ha deciso di raccontare le crescenti difficoltà sociali e individuali di questo periodo greco attraverso la forma del “giallo”, che, a ben pensarci, sembra la forma attuale del romanzo europeo. Ma trovo anche interessante che Yanis Varoufakis, del Dipartimento di Economia dell’Università di Atene, abbia scelto per spiegare la globalizzazione una figura mitica della cultura ellenica e fondativa dell’occidente [lo si capisce senza bisogno di scomodare Karl Jung o James Hillman], <em>The Global Minotaur</em>. Come anche che abbia fatto riferimento a Esopo e alla favola delle formiche e delle cicale, per parlare di debiti pubblici e avanzare una Modest proposal for overcoming the euro crisis. Il titolo <em>Modest proposal</em> è un evidente richiamo a Jonathan Swift, e al suo libro del 1729 in cui proponeva, per combattere la sovrappopolazione e la disoccupazione dei cattolici irlandesi, di ingrassare i loro bambini denutriti e darli da mangiare ai ricchi proprietari terrieri anglo-irlandesi. Non so quale possa essere la strada della narrazione della crisi, tra miti e gialli, ricorrendo alle proprie radici linguistiche o praticando una forma europea. Certo, la metafora delle sette fanciulle e dei sette fanciulli dati in pasto al mostro è facilmente comprensibile coi sacrifici economici imposti: resta da capire chi sarà Teseo e quale il filo rosso di Arianna che lo guidi fuori dal labirinto.</p>
<p>* Qui in Europa quindi la situazione è rovesciata rispetto gli Stati uniti: noi non stiamo facendo esperienza della crisi, ma delle misure contro la crisi, della controcrisi. Sembra quasi la stessa cosa, ma in questo lieve slittamento c’è esattamente tutto di diverso. A partire da questa considerazione: a parte la Germania, i paesi europei, in particolare quelli dell’area mediterranea, vivevano già da tempo, da circa un decennio, che è più o meno il tempo dell’introduzione dell’euro, anche se non è solo addebitabile alla moneta unica, un periodo di stagnazione, di mancanza di crescita e sviluppo. Quello che viviamo adesso – le misure contro la crisi – non ha niente a che vedere con lo scoppio di una bolla speculativa immobiliare o di titoli tossici o con l’impazzimento dei derivati finanziari. Quello che viviamo adesso – le misure contro la crisi – non fa che stringere ulteriormente la produzione, verso la recessione. È la nostra esperienza quotidiana: se spendiamo di meno, se stiamo più attenti ai consumi, se aumentano una serie di pagamenti assolutamente improrogabili [in Grecia le tasse sulla casa arrivano insieme alle bollette del gas e della luce], ci rendiamo conto che si produrranno meno oggetti, circolerà meno denaro, ci sarà una minore distribuzione nel commercio, e che tutto questo si traduce poi in minore occupazione.<br />
Per alcuni versi – lo avanzo qui solo come una suggestione, niente di più, ma la trovo curiosa proprio mentre «The Economist» mette in copertina The rise of state capitalism – sembra che l’Unione europea vada applicando una sorta di “ricetta Eltsin”, cioè il salvataggio operato dal Fondo monetario di un’economia, quella russa, ormai fuori controllo, dopo Gorbaciov e il tentato golpe, gravata dal peso di una spesa pubblica abnorme, tagliando drasticamente le voci primarie: stipendi pubblici, pensioni, sanità, scuola, in cambio dell’introduzione di una maggiore “libertà” nel mercato del lavoro e della privatizzazione selvaggia dei beni pubblici [lì, l’energia, il gas, soprattutto]. Come in Grecia e in Romania adesso. Per una qualche ragione, nell’inner circle dei tecnici, degli incarichi pubblici europei che sono stati Ceo di grandi istituti di credito privati e viceversa, si è sedimentata una valutazione sul carattere “socialista” di quelle economie europee dove la mano pubblica aveva un peso determinante. Vale di sicuro per la Grecia, per il Portogallo, per la Spagna, per l’Italia. Queste economie fondamentalmente autarchiche sarebbero condannate al fallimento dentro la globalizzazione: di fatto, sono già stentate in quella sorta di Comecon [l’allora mercato dell’Urss e dei paesi satelliti] che è stato il mercato europeo sinora, con una nazione acchiappatutto [qui, la Germania, lì la Russia] e le altre a supporto. La storia delle quote latte tra i paesi europei, per dirne solo una, non ha nulla da invidiare alle pazzie socialiste sul grano dei kolkoz. Non è necessario avere studiato i fondamentali della scuola austriaca per convincersi che il controllo socialista dei prezzi è impossibile e deleterio. L’unica strada per “modernizzare” queste economie parasocialiste, per metterle al passo con le sfide che ci aspettano [la Cina e il Bric, per dire] sarebbe questa sorta di “ricetta Eltsin”, la liberalizzazione spinta, magari un pizzico più distribuita e monitorata, con la cosiddetta “equità”. Ora, se alcune premesse sono condivisibili [lo stallo dell’economia, la sconfitta tecnologica, l’assenza di ricerca e innovazione, il declino produttivo nascosto dal debito pubblico impazzito e da un mercato dove piccoli monopoli vengono difesi strenuamente], cioè se è ragionevole indicare nella rendita [per principio, parassitaria, statica, retrograda] la palla al piede di queste, nostre, economie, va quanto meno detto che: 1) la ricetta Eltsin è stata disastrosa, e ha finito per irrigidire l’economia russa e soprattutto la sua democrazia [che Putin chiama eufemisticamente: «democrazia guidata»] e forse varrebbe la pena riconsiderare la sua bontà: la pensione media di Mosca è salita del 8,89 percento rispetto ai primi nove mesi del 2011 per raggiungere quota 8.900 rubli al mese, cioè circa 210 euro. Fatte le debite proporzioni con il costo della vita, sembrano proprio pochini, anche se prendono 50 euro più dei rumeni. In ogni caso, la Russia ha sempre potuto contare su una riserva praticamente illimitata di materie prime, cioè di una assicurazione illimitata per qualunque prestito e di un potere di ricatto straordinario, cosa che di certo non può dirsi per le economie “minute” del Mediterraneo statalista, parasocialista; 2) la rendita ha caratteri “nazionali” e non può essere altrimenti, e da noi, in Italia, la rendita si concentra soprattutto intorno il capitale privato, il capitale immobiliare, il capitale bancario e assicurativo. Cioè, esattamente, la produzione e il credito. Se c’è davvero un’anomalia italiana è che il settore che gode maggiormente della protezione statale e pubblica è quello del capitalismo. Degli oligopoli pubblici e privati. D’altronde, proprio questa anomalia è stata per decenni motivo di un certo “vanto” nell’inner circle. La mitologia dei Beneduce, Mattioli, Cuccia, e poi tutto a scendere. Nei fatti però marchi storici italiani, industrie storiche italiane, sono già passati nelle mani del capitalismo globale. La produzione nazionale è già da tempo in dismissione.</p>
<p>* È questa affabulazione che sta dietro i governi tecnici, in Italia come in Grecia: per principio narrativo, per convenzione narrativa, essi incarnano la soluzione del problema, sono la riforma. Ma mentre negli Stati uniti, dove la crisi finanziaria è esplosa, tutte le misure hanno il segno di tentativi per alleviare lo smarrimento [la disoccupazione, il credit crunch, il calo degli ordini, lo stallo industriale], in Europa le misure, le riforme hanno preso il segno del rigore, dell’austerità, dato che la crisi, impersonalmente, ha preso il segno del debito pubblico. Non, quindi, quello di un inner circle che ha profittato – contro cui gridare: We are the 99% –, ma quello di una colpa universale. Un peccato originale trasmesso a tutta l’umanità europea. O almeno a quella cicaleccia, mediterranea.<br />
Questo passaggio, dalla crisi finanziaria alla crisi dei debiti pubblici non ha avuto alcuna narrazione. È rimasto patrimonio della nomenklatura – mi ha colpito molto il fatto che Monti abbia detto di essere stato già informato in privato del downgrade deciso da Standard e Poor’s per l’Italia, eppure negli stessi giorni esortava in conferenza-stampa a comprare Bot –, su cui l’informazione, giornalistica perlopiù, apre lampi che rendono ancora più oscuro il buio momentaneamente squarciato.<br />
In un certo senso ci troviamo a ripetere l’esperienza e il pensiero di Benjamin del 1936: «Mai esperienze furono più radicalmente smentite di quelle strategiche dalla guerra di posizione, di quelle economiche dall’inflazione», anche se dovremmo aggiornare l’espressione. Così, adesso: mai esperienze furono più radicalmente smentite di quelle economiche contro la crisi. Rispetto alle misure contro la crisi di adesso, alla controcrisi, non c’è esperienza storica che valga, si sia più o meno innamorati convinti di Keynes o, all’opposto, di von Mises. I governi europei adottano contro la crisi misure che non hanno alcuna narrazione. Il loro arco temporale ha il valore di ventiquattr’ore o poco più, giusto il tempo tra l’apertura delle borse asiatiche e la chiusura di quelle europee, una sorta di odissey joyciana, ma invece di costruire un’epica – il New Deal rooseveltiano, per dire, è stato un’epica – si limitano a una reiterazione coattiva degli stessi meccanismi discorsivi, degli stessi dialoghi: sale lo spread col Bund, interviene la Bce sul mercato secondario, scende lo spread, la Bce rallenta, fino alle ventiquattr’ore successive. Il plot, la trama prevede solo questo acme narrativo, questo happy end: la Bce deve diventare prestatore di ultima istanza, ci vogliono gli eurobond. L’unico arco temporale in cui i governi europei intervengono è quello delle misure del rigore, che si dilata in maniera assolutamente inverosimile, con scadenze al 2027, al 2043, per le pensioni a esempio: nessuna narrazione può tenere un qualsiasi passaggio di esperienze su un futuro così discrezionale; nessun personaggio, nessuna azione può essere narrativamente credibile. Bisogna avere davvero fede nella potenza del capitalismo o nella sussistenza eterna del denaro, per accettare lo scambio – è la proposta sul tavolo in Grecia – dei bond precedenti con un concambio di nuove emissioni al valore del 50/60 percento [nella forbice, sta tutta la trattativa] le cui cedole cominceranno a scadere nel 2043. Avranno ragione loro, nel loro millenarismo, come la Chiesa cattolica crede nel purgatorio e nelle indulgenze?</p>
<p>* Eppure, la narrazione del capitalismo sembra in crisi. Sul «Financial Times», su «Policy Affairs», sul «Wall Street Journal», su «Die Zeit», sul «Guardian», su giornali popolari e riviste pensose fa ormai stabile presenza un dibattito sulla “fine del capitalismo” col punto interrogativo. Non so, a me pare una questione complessa (anche al mio amico Giancarlo, con cui al mattino presto, ormai scevri di sogni, chiacchieriamo di queste cose). Se per un verso è vero che l’opzione sul futuro sembra drammaticamente in crisi, come la capacità di programmazione che però era più propria del socialismo coi suoi piani quinquennali, ma certo anche di un’idea indefettibile del progresso, la forza del capitalismo sta nel suo spirito animale di distruzione, e quindi della possibilità della ricostruzione (con la guerra o con la crisi), nel suo ciclo. E questa – la distruzione, la scomparsa, la perdita – è sicuramente una situazione altamente narrativa. Fa parte della nostra condizione umana rimpiangere ciò che perdiamo – cui finiamo per affidare un valore nel tempo – molto più di ciò che non abbiamo ancora. La perdita del passato è una situazione fortemente drammatica più che l’assenza di futuro e l’incertezza del domani. Come pure, la conoscenza del futuro prossimo – non solamente in un “giallo” – toglie proprio ogni aura narrativa. È nel nichilismo del capitale la sua forza di narrazione, come stava tutta nell’irenico domani la debolezza delle magnifiche sorti e progressive. L’incertezza di stare al mondo, che è tutta la nostra possibilità di avere un arbitrio e un destino, è la molla del nostro desiderio: cosa potremmo mai desiderare se già conosciamo le possibilità del nostro domani? Essersi affidato tutto alla tecnica sembrava aver fatto smarrire, al capitalismo, capacità drammatica: la tecnica è per principio priva di errori e scarti, di principi di soggettività. Il crollo della tecnologia – momentaneo, certo –, anche di quella militare, o la sua riconversione riapre però la sostanza narrativa. Da questo punto di vista, il capitalismo sembra proprio in gran forma. Ma lo è, al contrario, anche dove è stato da poco scoperto. Come scrive Wolfgang Uchatius in «Die Zeit»: «La macchina capitalistica non ha prodotto solo un’opulenza apparente e a tratti oscena, ma ha anche salvato dalla povertà centinaia di milioni di cinesi, indiani, sudcoreani, vietnamiti, e brasiliani». Per loro, è proprio una grande epopea, qualcosa che tra poco i nonni racconteranno ai nipoti.</p>
<p>* Le misure contro la crisi sono spiegate attraverso la forma del saggio accademico, della lectio, i numeri, i dati, le statistiche e le sequenze: non ci sono passioni, personaggi, frustrazioni, ambizioni. È questo grigiore, questa neutralità, questa tristezza che dovrebbero dare credibilità e verosimiglianza: se c’è un debito, per prima cosa vanno ridotte le spese. Non bisogna neanche essere padroni della partita doppia, per saperlo, per capirlo. La riforma del debito è così vestita di ragionevolezza, d’incontrovertibilità, dell’impossibilità della falsificazione, della mancanza di profondità e spessore, della assenza di imprevedibilità, di scarto, mentre qualsiasi esperienza che facciamo delle misure contro la crisi – la disoccupazione, la recessione, la contrazione del credito, la precarietà – assume il carattere della passione, del sentimento, della occasionalità, dell’impeto. Dell’umore. Rimane, cioè, singolare, marginale.<br />
La catastrofe finanziaria americana – la voragine, lo smarrimento – è stata la condizione da cui l’immaginario negli Stati uniti ha sviluppato una narrazione possibile [l’industria che ritorna forte, l’insourcing, l’orgoglio di produrre americano, lo stigma dell’avidità sfrenata], e può anche avanzarsi la suggestione che abbia agito muovendosi sulle linee guida del dopo undici settembre. Mentre la catastrofe europea è un’evocazione che oscura e mette a tacere l’esperienza che quotidianamente facciamo. È una fiaba, rassicurante e terribile come le fiabe. Restano come salvezza le riforme, le misure. Pollicino, misurato, sapiente, ragionevole, nel suo disseminare sassolini, contro l’orco della crisi.<br />
La domanda che possiamo adesso porci è: davvero non riusciamo a costruire narrazione, quindi a scambiare la nostra esperienza della voragine causata dalle misure contro la crisi? Davvero gli Stati uniti stanno ripetendo il miracolo letterario che li attraversò prima, durante e dopo la crisi del ’29 – per tutti, cito <em>Manhattan Transfer</em> di Dos Passos, o Sherwood Anderson – [forse pensava a quello straordinario periodo Vargas LLosa, quando nel 2009 disse che: «La crisi economica avrà almeno un effetto positivo, quello sulla letteratura»], oggi nella crisi finanziaria con linguaggi espressivi diversi e quindi una circolazione diversa, più ampia e capillare, e noi europei scambiamo lucciole per lanterne [le misure contro la crisi come fossero la salvezza, la recessione come fosse la crescita, l’austerità come fosse lo sviluppo]?</p>
<p>* «La lettura», l’inserto domenicale del «Corriere della sera», sembra farne un’imputazione alla scrittura italiana. Gli scrittori italiani si sono impantanati nel raccontare il precariato – questo più o meno dice –, ormai cucinato in tutte le salse, e non colgono l’occasione d’oro della crisi [è proprio questo il titolo dell’articolo, di Alessandro Beretta]. Suggerisce, Beretta, di cercare «altri soggetti», che so, i mutuatari di case, come fa Paul Auster utilizzando la crisi dei subprime come fondale in Sunset Park.<br />
Ecco, questo è esattamente scambiare lucciole per lanterne. La narrazione italiana ha già parlato della crisi. Non fa altro da dieci anni. La crisi del lavoro, il precariato, nelle storie minime, nei reportage, nei testi per il teatro o nei monologhi, nei racconti d’invenzione, aveva esattamente questo senso della catastrofe per una generazione, della voragine, dello smarrimento. Che abbia scelto a volte la vena del comico o del grottesco o della sperimentazione linguistica, non cambia poi molto. Perché gli scrittori italiani dovrebbero scrivere della crisi dei subprime o dei gestori degli hedge fund? Cioè, di cose americane? Le misure contro la crisi, la controcrisi, che è quello che noi viviamo, non modifica la materia narrativa finora già elaborata. La amplifica e la approfondisce. Potrà tutt’al più precarizzare ulteriormente le nostre vite. Lo sta già facendo. O deprimere ancora di più quel po’ di produzione che facciamo: forse il libro di Edoardo Nesi – <em>Storie della mia gente</em> – che ha vinto lo Strega ha fatto solo da apripista. <em>La dismissione</em> il bel libro di Rea che raccontava la fine di un luogo industriale simbolico, l’acciaieria Ilva di Bagnoli, è del 2002. <em>Il declino dell&#8217;impero Whiting</em> [<em>Empire Falls</em>] il romanzo di Richard Russo in cui si descrive la caduta di una famiglia una volta potente, proprietaria delle industrie tessili di una zona del Maine, l’arrivo delle multinazionali, il degrado delle Empire Falls, un luogo industriale simbolico, è Pulitzer 2002. Perché Nesi o Rea avrebbero dovuto scrivere invece di subprime come Paul Auster?</p>
<p>* Per una qualche ragione che io non so spiegare, sembra che mentre negli Stati uniti in crisi si sviluppi una narrazione democratica, nell’Europa in crisi si pongano le premesse di una narrazione totalitaria. Uso questo termine con cautela: il totalitarismo è l’assenza della narrazione. Anzi, contro il totalitarismo – basti pensare all’<em>Arcipelago Gulag</em> o a <em>Una giornata di Ivan Denisovič</em> di Aleksandr Solženicyn o a Primo Levi, a Bruno Schulz – può resistere solo la speranza della narrazione. Il totalitarismo è proprio la morte della narrazione, l’incapacità, l’impossibilità di comunicarsi l’esperienza.<br />
Viviamo già in questa impossibilità?</p>
<p><em>Nicotera, 23 gennaio 2012</em></p>
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		<title>Senza nome</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 23:01:29 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Racconti del Sabato]]></category>
		<category><![CDATA[domande]]></category>
		<category><![CDATA[Federico Seragnoli]]></category>
		<category><![CDATA[formiche]]></category>
		<category><![CDATA[Guido Gozzano]]></category>
		<category><![CDATA[perché]]></category>
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		<description><![CDATA[di Federico Seragnoli    (federicoseragnoli@gmail.com) &#8220;[…] Tu ignori questo male che s&#8217;apprende in noi. Tu vivi i tuoi giorni modesti, tutta beata nelle tue faccende. Mi piaci. Penso che leggendo questi miei versi tuoi, non mi comprenderesti, ed a me piace chi non mi comprende. Ed io non voglio più essere io! Non più l&#8217;esteta gelido, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=danielebarbieri.wordpress.com&amp;blog=2198984&amp;post=7237&amp;subd=danielebarbieri&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Federico Seragnoli</strong>    (federicoseragnoli@gmail.com)</p>
<p>&#8220;[…] Tu ignori questo male che s&#8217;apprende<br />
in noi. Tu vivi i tuoi giorni modesti,<br />
tutta beata nelle tue faccende.<br />
Mi piaci. Penso che leggendo questi<br />
miei versi tuoi, non mi comprenderesti,<br />
ed a me piace chi non mi comprende.<br />
Ed io non voglio più essere io!<br />
Non più l&#8217;esteta gelido, il sofista,<br />
ma vivere nel tuo borgo natio<br />
ma vivere alla piccola conquista<br />
mercanteggiando placido, in oblio<br />
come tuo padre, come il farmacista&#8230;<br />
Ed io non voglio più essere io!&#8221;<br />
<strong>Guido Gozzano</strong>, “<em>Signorina Felicita</em>”</p>
<p>Succede alle volte di dimenticarsi qualcosa che ci fa bene o ci rende felici: in generale<span id="more-7237"></span> qualcosa di bello e di buono per noi. Ad un certo punto, presa coscienza di questo vuoto, ci si ritrova in un limbo nel quale saggiamo quel presentimento positivo senza però riuscire a ricondurlo all’ originale causa efficiente. Quando ci riusciamo, infine, ci sorprendiamo della nostra ingenuità e, ridendo, tiriamo un sospiro di sollievo.<br />
Questa fu appunto la sensazione che provò Anna quando si risvegliò. Quello era un giorno speciale, da acquolina in bocca. Catapultatasi giù dal letto si precipitò in soggiorno.<br />
Eccola qua, finalmente! Buon giorno principessa! Stavo giusto per venire di là a tirarti via le coperte!<br />
Volevi tirarmi via le coperte!? Te lo faccio vedere io!<br />
Anna saltò addosso al padre e cominciò a dargli pugni giocosi sulla pancia florida.<br />
-   Ahia! Si anch’ io sono felice di vederti! Calmati adesso!<br />
Egli le bloccò i polsi immobilizzandola, aspettando che si calmasse.<br />
E a me niente? Vieni qui bambina mia, dai un bacio al tuo vecchio.<br />
Così dicendo il nonno girò la carrozzina verso la ragazzina che, cogliendo il gesto, prese la rincorsa e gli saltò sulle ginocchia.<br />
Ciao nonno! Viene a piovere oggi? Che dice la tua costola preferita?<br />
Oh fa piano bambina mia! Se continui cosi non ci sarà più nessuna costola cui domandare. Ma non importa, qualunque tempo faccia oggi questa è una giornata bellissima per te: buon compleanno topolina!<br />
Con uno slancio la bimba prese tra le mani la testa canuta e cominciò a coprirla di baci. Il nonno, visibilmente frastornato, cominciò così a tirarle gentilmente le orecchie. Anna improvvisamente, come se si fosse ricordata di qualcosa d’importantissimo, si divincolò dalla sua presa. Con andatura marziale raggiunse il centro della stanza. A quel punto, volgendosi al padre con sguardo attento e malizioso sentenziò:<br />
Qui manca qualcosa. Dov’è?<br />
Il padre, sorridendo bonariamente, si alzò dalla poltrona e tirò fuori di tasca un sacchetto di tela nera. – Eccolo qui. Disse.<br />
Lo aprì verso il basso e lentamente ne uscì una sfera argentea, zigrinata, della grandezza di una noce. Questa si librò nell’aria e fluttuando andò a posizionarsi a poca distanza dal viso della ragazza.<br />
Questo è il tuo, ora ne hai uno anche tu. Ti accompagnerà per il resto della vita. Usalo per qualsiasi cosa ti venga in mente, mi raccomando. Tanti auguri Anna, da oggi sei anche tu un adulto.<br />
Anna che sulle prime era così ansiosa da riuscire a stento a star ferma, si immobilizzò, in una sorta di apprensione data dalla vicinanza dell’oggetto, fluttuante ad un palmo dal suo naso. Dopo qualche istante passato nell’ispezione minuziosa della sfera, man mano che la tensione lasciava spazio al dubbio, la ragazza chiese rivolta al padre:<br />
quindi adesso io..  com’è che devo fare? Basta che chieda?<br />
Per prima cosa devi dargli un nome in modo che riconosca la tua voce quando lo chiami. Hai già qualcosa in mente?<br />
Mh.. no. Ma come deve essere? Quello è maschio o femmina?<br />
E indicò la sfera, tenendo l’indice piegato, attenta a non avvicinarlo troppo alla pallina.<br />
Oh non importa, puoi decidere tu se per te è maschio o femmina. Pensa ai nostri: il mio si chiama Argentina mentre quello del nonno si chiama Erpech. Puoi scegliere liberamente, non fa alcuna differenza.<br />
Anna cominciò a guardarsi attorno con aria pensierosa e poco dopo esclamò:<br />
Beatrice! Si chiamerà Beatrice come la mia bambola preferita, così non mi dimenticherò mai!<br />
Molto bene.<br />
Con compiaciuta soddisfazione il padre si allontanò un poco, poi cominciò a dare le prime istruzioni per il settaggio.<br />
Ora segui bene le mie istruzioni; dobbiamo far capire a Beatrice che quello è il suo nome e che lei appartiene a te. Prendilo in mano, avanti.<br />
Con riluttanza Anna prese in mano la sfera: era più leggera di quanto avesse pensato, calda e ruvida al tatto.<br />
Ora stringila tra le mani tenendole a coppa, poi dì ad alta voce il suo nome.<br />
Come le devo tenere esattamente? Mi potresti fare vedere come si fa prima?<br />
Non posso, la devi toccare solo tu altrimenti aumentiamo il rischio che il dispositivo di riconoscimento abbia problemi in futuro. Basta solo che la stringi e che dici il suo nome chiaro e forte.<br />
Preso coraggio la ragazza disse il nome: sentì una strana sensazione di pesantezza, un disagio opprimente. Anche la sfera si fece più pesante e divenne fredda.<br />
è diventata fredda, e anche più pesante..<br />
è normale, tranquilla. Significa che è stata impostata nel modo corretto. Tu come ti senti?<br />
Bene, direi. Però fa uno strano effetto. Come se avessi fatto il bagno con i vestiti e li avessi ancora tutti addosso, pesanti, fradici di acqua..<br />
È giusto così, non preoccuparti di niente. Bene! Ora che abbiamo concluso la fase di inizializzazione direi che possiamo passare alla tua prima prova. Hai presente come facciamo noi? Prova anche tu, allo stesso modo. È facile vedrai.<br />
D’accordo<br />
La ragazza si sedette tranquillamente sul pavimento caldo. Restò così, ferma e assorta per qualche minuto. Quante volte aveva pensato a quel momento: finalmente davanti a lei la possibilità di chiedere qualunque cosa, di sapere tutto di tutto. Era eccitatissima. Da cosa poteva cominciare? Non le venne in mente niente. Pensò al suo quaderno, quello con le farfalle, dove da tempo annotava tutte le domande che le venivano in mente, assegnando scrupolosamente ad ognuna numero e data, con grande gaudio del padre. Adesso che avrebbe voluto averlo lì vicino, lei che non se ne separava nemmeno andando al bagno, si accorse d’averlo lasciato in camera, sul comodino, nella foga d’inseguire quel presentimento benevolo che l’aveva accolta svegliandosi. Non ci voleva. Inutilmente Anna tentò di concentrarsi: i suoi pensieri tornavano immancabilmente al suo quaderno con le farfalle. Farfalle! Ma certo!<br />
Anna si alzò di scatto, punto dritto gli occhi alla sfera e le chiese:<br />
Come volano le farfalle?<br />
Il boccino argenteo si levò rapidamente in alto raggiungendo il centro della sala che in un attimo fu piena di farfalle multicolori svolazzanti ovunque. Queste erano riproduzioni olografiche perfettamente realistiche, tanto che quando Anna fece per acchiapparne una posata sul divano questa, percepito l’avvicinamento, volò via. Anna restò qualche momento ad ammirare il variegato sfarfallio, poi d’un tratto, riscossasi dalla meraviglia chiese rivolgendosi al padre:<br />
E adesso?<br />
Se vuoi sapere qualcos’altro ti basta fare un’altra domanda. Altrimenti puoi spegnerla dicendo: Beatrice STOP.<br />
Vediamo… Voglio vedere un formicaio di formiche rosse!<br />
Istantaneamente scomparvero tutte le farfalle. Al loro posto ora troneggiava al centro della stanza, molto più alto di Anna, un formicaio a grandezza naturale sezionato in modo che fossero visibili tutte le grandi e piccole caverne sotterranee. Anna rimase stupita. Non aveva mai immaginato che esserini così piccoli potessero creare qualcosa di tanto imponente. Che poi non era tanto strano. Anche lei e la sua famiglia, e così le famiglie dei suoi amici, vivevano tutti in case più grandi di loro, senza eccezione! Il padre la distolse dai suoi pensieri e le disse:<br />
Ora prova a non cambiare domanda. Chiedi altre cose che riguardino questo formicaio.<br />
Anna seguì il consiglio del padre:<br />
Che cosa ci fanno qui dentro?<br />
Chiese, indicando la cavernucola più vicina. Una voce rispose:<br />
Questo è il luogo in cui le formiche accumulano il cibo.<br />
E subito, accanto alla caverna, apparve una targhetta con su scritto: FUNZIONE: riserva di cibo. Allo stesso modo comparvero tante altre targhette, precisamente una per ogni caverna, ognuna indicante la funzione della stessa. Anna ne lesse alcune: FUNZIONE: ovario; FUNZIONE: crescita delle larve; FUNZIONE: deposito materiali da costruzione. Le balenò un’idea in mente.<br />
Cosa fanno le formiche di questo formicaio?<br />
Ogni individuo della popolazione svolge principalmente uno solo dei seguenti ruoli: soldato, raccoglitore, costruttore, pulitore, levatore.<br />
Replicò la voce, scandendo la lista apparsa sotto gli occhi di Anna.<br />
Ma allora sono proprio uguali a noi! – esclamò Anna – Papà hai visto? Vivono in case molto più grandi di loro, costruite da loro, ed ognuna di loro fa il suo mestiere!<br />
E’ vero! Brava Anna, buona osservazione!<br />
Il padre, tornato intanto in poltrona, si era goduto tutta la scena e ora, incoraggiando Anna a continuare, ne ammirava la velocità d’adattamento ma soprattutto la curiosità, in lui affievolita da una vita di utilizzo.<br />
Vediamo un po’… fammi vedere una formica. Più grande, ecco così basta. Allora le braccia e le gambe le ha, anche se non fatte proprio come le nostre. Poi, ha la testa, due occhi come noi… Ma le formiche hanno un cuore?<br />
A questo punto le proiezioni che si susseguivano passo passo seguendo le istruzioni e i dubbi della ragazza, si concentrarono a formare uno spaccato di formica, sul quale erano segnati tutti i nomi degli organi.<br />
Ma sì, eccolo! Papà hanno anche il cuore! La specifica dice: “il cuore è di tipo tubolare, consistente perciò di un solo vaso.”. Beh, è molto più semplice del nostro, però è pur sempre una pompa! Noi siamo uguali alle formiche! Aspetta un momento. Dove sono i polmoni?<br />
Le formiche non possiedono polmoni – cantilenò la voce – esse respirano attraverso fori che hanno sul carapace.<br />
Anna ci pensò un po’ su, infine disse:<br />
Perché il cuore nell’uomo e nella formica funziona nello stesso modo e i polmoni invece no?<br />
Il modello della formica sezionata sparì immediatamente e con grande sorpresa di Anna non apparve nulla al suo posto. Nello stesso momento si udì un tonfo sordo: la pallina argentea giaceva a terra. La ragazza fece un balzo all’indietro e lasciò andare un gridolino. Il padre, senza scomporsi, s’alzò, raccolse la pallina e la porse ad Anna.<br />
Scusami è colpa mia – disse – non ti ho detto la regola principale per l’utilizzo. È molto semplice comunque. Ascoltami bene: puoi fare qualsiasi domanda ma non devi mai usare la parola “perché”. Tutto chiaro? È un’abitudine che si perde in fretta, non preoccuparti. Oggi sei diventata adulta e gli adulti non chiedono mai il perché. Attenzione però: è diritto/dovere di ognuno informarsi, conoscere le cose, anche scendere nel dettaglio, quando serve. Con le possibilità che abbiamo oggi essere ignoranti sarebbe un vero peccato, non trovi?<br />
Hai ragione papà.<br />
Anna pensò che le domande erano talmente tante che, anche eliminando tutte quelle con la parola “perché”, non ci sarebbe stata comunque difficoltà a trovarne.<br />
Ho capito! Non usare mai quella parola ma fare tutte le altre domande. È facile.<br />
Esatto. Brava Anna, sono fiero di te.<br />
La ragazza, presa la pallina dalla mano del padre, stette un po’ a rigirarsela tra le sue. Ancora sentiva gli echi delle brutte sensazioni che le aveva causato inizialmente ma questi erano sovrastati dall’eccitazione per le potenziali possibilità racchiuse in quel minuto oggettino.<br />
Papà?<br />
Dimmi cara<br />
La mia pallina si chiama Beatrice, la tua Argentina e quella del nonno Erpech. Ma qual è il nome della pallina prima che lo decidiamo noi?<br />
Potresti chiamarla “oggetto” o “strumento”, credo che ci si capirebbe.<br />
Sì ma io intendevo un nome proprio, il suo nome.<br />
Sarebbe inutile, semplicemente non ce l’ha.<br />
E perché?<br />
Al che Anna si accorse d’aver detto la parola proibita e si tappò la bocca con entrambe le mani.<br />
Non lo faccio più, prometto!<br />
Il padre le rivolse un largo ed affettuoso sorriso.<br />
Non ti preoccupare ragazza mia. So quanto sei brava quando ti impegni. Lo farai vero?<br />
Si papà.<br />
Ottimo. Per esempio, se sei tanto interessata a come funziona Beatrice puoi fare una ricerca sul suo inventore. Potresti cominciare da lì. Che te ne pare?<br />
Ma Anna non aveva certo voglia di mettersi a pensare alla Storia il giorno del suo tredicesimo compleanno.<br />
Nonno, tu hai un suggerimento da darmi? – chiese allora cercando la sua complicità. Il vecchio, fattosi inizialmente da parte per lasciare spazio agli ologrammi, aveva seguito attentamente tutta l’iniziazione della ragazza, impassibile, rigido sulla sedia a rotelle.<br />
no, non ne ho. Mi dispiace<br />
eddai… ma come. Tu utilizzi Erpech molto di più di quanto papà utilizzi Argentina. Lui poi è solo interessato ai numeri, tu invece conosci sempre delle belle cose… eddai…<br />
Il vecchio alzò lo sguardo e per un momento i suoi occhi furono in quelli di Anna. Prima gli si annebbiarono poi, con le prime lacrime, la sua maschera di atona freddezza si ruppe e cominciò a singhiozzare sommessamente. Anna, esterrefatta, corse incontro al nonno prendendogli una mano tra le sue, piccole.<br />
Cos’hai nonno? Ti fa male da qualche parte? È ancora la schiena che non ti dà pace vero?<br />
No! Ma che schiena! Sto bene.<br />
Ma nonno tu piangi. Devi avere male da qualche parte…<br />
No, sto benissimo.<br />
Ma…<br />
Vieni via – intervenne a questo punto il padre con fare autoritario – lascia stare il nonno.<br />
Anna, confusa, passò a più riprese lo sguardo dall’uno all’altro: il padre serioso in volto, il nonno ancora scosso dai singulti. Considerata l’anomala situazione, l’espressione funerea del nonno e quella sempre più eloquente del padre, Anna tornò sui suoi passi. Non fece in tempo a raccogliere Beatrice, che aveva con noncuranza lasciato cadere nello slancio per aiutare il nonno, che questi era già uscito dalla sala.<br />
Anna, sconsolata, si rivolse al padre:<br />
Papà, cos’ha il nonno?<br />
Niente, non farci caso. A lui capita di sentire ogni tanto dolori che non esistono. D’altra parte è anziano, la memoria gli gioca brutti scherzi. Comunque sta tranquilla. Io di crisi del genere non ne ho mai avute e posso assicurarti che non ne avrai nemmeno tu.</p>
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		<title>Bambini in catene: simpatica tradizione in Usa</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 18:01:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>DB</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dossier]]></category>
		<category><![CDATA[Amnesty International]]></category>
		<category><![CDATA[bambini]]></category>
		<category><![CDATA[claudio giusti]]></category>
		<category><![CDATA[Corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[Human Rights Watch]]></category>
		<category><![CDATA[Osservatorio sulla legalità e i diritti]]></category>
		<category><![CDATA[prigioni]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[World Coalition Against The Death Penalty]]></category>

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		<description><![CDATA[piccolo dossier curato da Claudio Giusti (*) Il Corriere della Sera (07/01/2011) titola: Ohio, il doppio orrore in tribunale: In catene il bimbo che ha ucciso la madre http://www.corriere.it/cronache/11_gennaio_07/millesburg-bambino-uccide-madre-processo-in-catene_5b9c88f0-1a33-11e0-91c1-00144f02aabc.shtml Mi stupisco dello stupore, dato che questa è cosa tristemente normale. A 12-year-old Kosciusko County boy has been sentenced to 25 years in prison for his [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=danielebarbieri.wordpress.com&amp;blog=2198984&amp;post=7259&amp;subd=danielebarbieri&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>piccolo dossier curato da <strong>Claudio Giusti</strong> (*)</p>
<p>Il <em>Corriere della Sera</em> (07/01/2011) titola:<br />
Ohio, il doppio orrore in tribunale: In catene il bimbo che ha ucciso la madre</p>
<p>http://www.corriere.it/cronache/11_gennaio_07/millesburg-bambino-uccide-madre-processo-in-catene_5b9c88f0-1a33-11e0-91c1-00144f02aabc.shtml</p>
<p>Mi stupisco dello stupore, <span id="more-7259"></span>dato che questa è cosa tristemente normale.</p>
<p>A 12-year-old Kosciusko County boy has been sentenced to 25 years in prison for his role in the killing of the stepfather of one of his friends.</p>
<p>http://www.wane.com/dpp/news/gingerich-sentenced-to-prison</p>
<p>St. Petersburg Times<br />
Under Twelve Under Arrest</p>
<p>http://www.sptimes.com/News/webspecials/under12/</p>
<p>Equal Justice Initiative: Death in Prison Sentences for 13 and 14-Year-Olds</p>
<p>http://eji.org/eji/childrenprison/deathinprison</p>
<p>http://www.eji.org/eji/childrenprison</p>
<p>Amnesty International and Human Rights Watch<br />
The Rest of Their Lives: Life without Parole for Child Offenders in the United States</p>
<p>http://www.amnesty.org/en/library/info/AMR51/162/2005</p>
<p>http://www.hrw.org/en/reports/2005/10/11/rest-their-lives</p>
<p>http://www.hrw.org/en/news/2005/10/11/united-states-thousands-children-sentenced-life-without-parole</p>
<p>Human Rights Watch: &#8220;When I Die, They&#8217;ll Send Me Home&#8221;<br />
Youth Sentenced to Life without Parole in California</p>
<p>http://www.hrw.org/en/reports/2008/01/13/when-i-die-they-ll-send-me-home</p>
<p>Denver Post: Teen Crime, Adult Time</p>
<p>http://www.denverpost.com/teencrime</p>
<p>Building Blocks for Youth</p>
<p>http://www.cclp.org/building_blocks.php</p>
<p>Michele Deitch, J.D., M.Sc., Adjunct P<br />
From time out to hard time: Young Children in the Adult Criminal Justice System</p>
<p>http://www.utexas.edu/lbj/archive/news/images/file/From%20Time%20Out%20to%20Hard%20Time-revised%20final.pdf</p>
<p>Parents in Prison and Their Minor Children</p>
<p>http://bjs.ojp.usdoj.gov/content/pub/pdf/pptmc.pdf</p>
<p>(*) <em>Claudio Giusti è menbro del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla Legalità e i Diritti (http://www.osservatoriosullalegalita.org/special/penam.htm): ha avuto il privilegio e l’onore di partecipare al primo congresso della sezione italiana di Amnesty International ed è stato uno dei fondatori della World Coalition Against The Death Penalty.<br />
</em></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/danielebarbieri.wordpress.com/7259/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/danielebarbieri.wordpress.com/7259/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/danielebarbieri.wordpress.com/7259/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/danielebarbieri.wordpress.com/7259/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/danielebarbieri.wordpress.com/7259/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/danielebarbieri.wordpress.com/7259/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/danielebarbieri.wordpress.com/7259/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/danielebarbieri.wordpress.com/7259/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/danielebarbieri.wordpress.com/7259/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/danielebarbieri.wordpress.com/7259/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/danielebarbieri.wordpress.com/7259/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/danielebarbieri.wordpress.com/7259/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/danielebarbieri.wordpress.com/7259/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/danielebarbieri.wordpress.com/7259/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=danielebarbieri.wordpress.com&amp;blog=2198984&amp;post=7259&amp;subd=danielebarbieri&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Memorie in confusione</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 11:01:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>DB</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Giorgio Chelidonio (presidente circolo Arci di Verona Arcipelago) &#8220;Non ci sono demoni, gli assassini di innocenti sono gente come noi, hanno il nostro viso, ci rassomigliano.  Non hanno sangue diverso dal nostro, ma hanno infilato, consapevolmente o no, un strada rischiosa, la strada dell&#8217;ossequio e del consenso, che è senza ritorno&#8221;. (Primo Levi, da [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=danielebarbieri.wordpress.com&amp;blog=2198984&amp;post=7257&amp;subd=danielebarbieri&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giorgio Chelidonio</strong> (presidente circolo Arci di Verona Arcipelago)<br />
&#8220;Non ci sono demoni, gli assassini di innocenti sono gente come noi, hanno il nostro viso, ci rassomigliano.  Non hanno sangue diverso dal nostro, ma hanno infilato, consapevolmente o no, un strada rischiosa, la strada dell&#8217;ossequio e del consenso, che è senza ritorno&#8221;. (Primo Levi, da “<em>La ricerca delle radici</em>”, Einaudi)</p>
<p>Il 27 gennaio si celebra  la “giornata della memoria”, istituita con<span id="more-7257"></span> una legge approvata nel 2000 dalla Camera dei Deputati con 443 voti favorevoli e 4 astenuti. Una ritualizzazione della memoria collettiva, mutandola in evento e circoscrivendone l’esercizio a 1/365.<br />
Non si deve dimenticare che la memoria va nutrita con l’esercizio quotidiano e critico, senza delegarla a nozionismi indotti da contingenti ragioni di parte.<br />
Come pure non si può non ricordare che per la stragrande maggioranza degli umani fin qui vissuti, la memoria è stata funzionale all’esperienza infra-generazionale: nutrita dalla viva voce fra genitori e figli, sfumata dal tempo fra nonni e nipoti, trasfigurata nel mito, spesso riscritto, oltre la soglia di poche generazioni. Come dire che l’esperienza individuale si fa apprendimento solo se la nostra rete neuronale la codifica in forma di “memoria a lungo termine”: senza ricordare non si impara e non si può insegnare!<br />
L&#8217;ansia di parte di archiviare “lo studio del genocidio degli ebrei che, per le sue enormi dimensioni, rappresenta un’inesauribile fonte di riflessione che tocca tutti gli aspetti dell’esistenza e della storia umana” (A.Wieworka), ben si sposa alla tendenza mediatica di consumare l’oggi, in tutte le salse purché vendibili. Il XX secolo non é stato l’unico “secolo della memoria rimossa”, e la damnatio memoriae (1) era  già praticata nel XIV secolo a.C. (2): il non ricordato non era mai esistito.<br />
I termini “forestiero”, “barbaro” non erano in origine basati su segni fisici, ma di appartenenza; si era pagani in quanto abitanti del pagus, il villaggio contrapposto alla città, i cui abitanti erano cristianizzati; termini sufficienti per identificare nel diverso uno stereotipo di nemico, al quale attribuire colpe e nefandezze di ogni tipo. Il falò di libri e biblioteche furono sempre accesi dal timore che ortodossie e fondamentalismi nutrivano verso la memoria.<br />
“Legebat libros” fu il capo d’accusa contro un artigiano in un processo del XVI secolo (3), perché in qualsiasi società o comunità a pensiero unico “l’aver cervello” può essere un handicap, ma volerlo usare é percepito come colpa grave.<br />
Queste sono le reali radici culturali dei razzismi di ogni tempo, tradotte all’occorrenza con accuse-slogan: “i tedeschi tagliano le mani ai prigionieri” di 85 anni fa circa, o con “i comunisti mangiano i bambini” di 50 anni fa.<br />
Konrad Lorenz affermava che non è la storia a ripetersi ma i difetti, i lati oscuri dell’animo umano. Perché la rete di memorie sia funzionale al presente ed al futuro, bisogna quindi non dimenticare le relazioni fra i singoli fatti, le sequenze nel tempo e nello spazio e soprattutto le responsabilità, per potere perdonare senza dover dimenticare.<br />
Dopo l’11 settembre 2001, un giornalista cileno scrisse al presidente Bush invitandolo a ricordare negli anni futuri quella data non solo per le 3000 vittime dell’attentato alle Twin Towers, ma anche per gli oltre 30.000 cileni uccisi in seguito al colpo di stato del 1973, del quale è necessario ricordare non solo la data ma anche il sostegno statunitense.<br />
Il 2003 ha rinnovato su scala planetaria questi insegnamenti: l’Irak andava invaso perché Saddam a loro dire sicuramente nascondeva armi di distruzione di massa, ma poi, non avendo trovate le “smoking guns” (pistole fumanti, cioè “il colpevole con l’arma ancora in mano”), si è persino provato a motivare l’occupazione di quel paese dicendo che non era certo migliore quando vigeva la feroce dittatura.<br />
Istituzionalizzare l’idea di memoria collettiva su un singolo fatto storico, per quanto rilevante, risulta riduttivo, ma soprattutto fuorviante perché mummifica nel rito le funzioni evolutive del ricordo, preferendogli l’evento, proponendo mediaticamente la forma come sostanza. Ricordiamo e facciamo ricordare ogni giorno, come prevenzione all’essere condannati a ripetere la storia solamente per averla ignorata o confusa con una celebrazione simbolica.</p>
<p>http://www.grillonews.it/modules.php?op=modload&#038;name=News&#038;file=article&#038;sid=1257&#038;mode=thread&#038;order=0&#038;thold=0</p>
<p><strong>PS.</strong> Quasi 7 anni dopo il tema della memoria rimossa riaffiora prepotentemente : una legge francese contro il “negazionismo” (4) ricorda il genocidio degli Armeni (5), e provoca  una crisi politica con il governo turco che, a quasi un secolo di distanza, considera offensivo ammettere quegli orrendi massacri e deportazioni (6).<br />
(1) http://it.wikipedia.org/wiki/Damnatio_memoriae<br />
(2) http://it.wikipedia.org/wiki/Akhenaton<br />
(3) Infelise M., 1999: <em>I libri proibiti</em>, Editori Gius. Laterza &amp; Figli, Roma-Bari<br />
(4) http://it.wikipedia.org/wiki/Negazionismo<br />
(5) http://it.wikipedia.org/wiki/Genocidio_armeno<br />
(6) http://www.corriere.it/esteri/11_dicembre_22/Francia_Turchia_armeni_dba81480-2cbe-11e1-a06d-72efe21acfe6.shtml</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/danielebarbieri.wordpress.com/7257/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/danielebarbieri.wordpress.com/7257/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/danielebarbieri.wordpress.com/7257/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/danielebarbieri.wordpress.com/7257/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/danielebarbieri.wordpress.com/7257/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/danielebarbieri.wordpress.com/7257/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/danielebarbieri.wordpress.com/7257/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/danielebarbieri.wordpress.com/7257/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/danielebarbieri.wordpress.com/7257/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/danielebarbieri.wordpress.com/7257/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/danielebarbieri.wordpress.com/7257/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/danielebarbieri.wordpress.com/7257/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/danielebarbieri.wordpress.com/7257/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/danielebarbieri.wordpress.com/7257/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=danielebarbieri.wordpress.com&amp;blog=2198984&amp;post=7257&amp;subd=danielebarbieri&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>¿Que Pasa?</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 23:01:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>dissocia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Rom Vunner Siamo solo al primo mese dell&#8217;anno ed è già capitato di tutto: è affondato Love Boat, hanno bloccato il Sud, è venuto il terremoto al nord, i taxisti sono incazzati assieme alla maggior parte dei lavoratori (salariati e autonomi). Se non vivessimo nell&#8217;età del disincanto forse inizieremmo a leggere i segni che ci circondano. [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=danielebarbieri.wordpress.com&amp;blog=2198984&amp;post=7244&amp;subd=danielebarbieri&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Rom Vunner</p>
<p>Siamo solo al primo mese dell&#8217;anno ed è già capitato di tutto: è affondato Love Boat, hanno bloccato il Sud, è venuto il terremoto al nord, i taxisti sono incazzati assieme alla maggior parte dei lavoratori (salariati e autonomi).<span id="more-7244"></span></p>
<p>Se non vivessimo nell&#8217;età del disincanto forse inizieremmo a leggere i segni che ci circondano. Cosa si aspetta?</p>
<p>26 gennaio: private della libertà circa 40 persone con il plauso di una pseudo sinistra(ta) che ammicca al PD per un posto al Sole, o da solo.</p>
<p>La Sicilia si blocca tra gli strali della sinistra ma per me il ricordo va alla Pantera e al fatto che partì da Palermo, in un momento in cui nessuno ci avrebbe mai creduto. Per me fu un risveglio: non esiste solo il lento suicidarsi, ci si può anche ribellare!</p>
<p>Nel frattempo i nostri sedicenti giornalisti si dividono tra moralisti pro Monti e l&#8217;ineluttabilità dei sacrifici (ovviamente non per loro, destri e sinistri, alquanto coperti dai loro stipendi). Sempre pronti ad andare a cena con amichetti e amichette con cui discutere tra piatti e vini di alta qualità (ci tengono alla salute). Però questa volta non hanno scuse: durante il fascismo e il nazismo chi non si adeguava veniva cancellato assieme alla famiglia, oggi si tratta di puro, semplice, becero, opportunismo di merda!!!</p>
<p>Sedicenti servitori della giustizia ci dicono che loro applicano solo la legge, peccato che lo facciano solo quando il padrone fischia. Ma chi è il padrone? Questo è ancora più bello: non c&#8217;è! Si sentono condottieri coraggiosi, famosi per aver combattuto il terrorismo rosso e la mafia! Complimenti, vi facciamo anche gli applausi. Ci avete regalato un Paese di merda! Non avete risolto un cazzo: Pinelli ha avuto un suicidio attivo, le bombe le hanno messe i fantasmi e la Borsa di Milano muove i miliardi della mafia ma se contesti si prodigano a sopprimerti.</p>
<p>Uno sfogo? Certo! Come ascoltare questi lestofanti con tranquillità? Pronti a baciare le mani ai loro padrini che ovviamente non sono mafiosi, loro sono moralmente superiori!</p>
<p>Nel contempo la UE, che non esiste, ci dice che non possiamo bloccare i trasporti: cazzo non vorremo mica bloccargli gli affari, noi siamo un corridoio per loro e non dobbiamo nuocerli: dobbiamo soccombere in silenzio.</p>
<p>Ultimo paragrafo di sfogo: cosa succede se Israele sospetta che l&#8217;Iran lo voglia attaccare? come potrà agire? quanto tempo avrà per scegliere se reagire? e se l&#8217;Iran dovesse pensare lo stesso? considerando che può lanciare una sola bomba cosa farebbe? noi siamo terribilmente vicini!!!</p>
<p>Nel frattempo quattro politicanti del cazzo scherzano e ridono in Parlamento cercando di capire come spartirsi la torta: sono incapaci e ignoranti, una manica di bamboccioni cresciuti ben pasciuti dai loro padrini.</p>
<p>Negli ultimi sei mesi tre amici sono finiti in mezzo alla strada qui a Padova, la scorsa settimana hanno staccato il gas a due condomini. Questi sono i burocrati che non usano la violenza dei manifestanti ma solo il mantenimento delle loro prebende. come si dice: diritto contro diritto è scontro! Allora sia scontro, nonviolento, ma scontro deciso e diretto, l&#8217;alternativa è la barbarie!</p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/danielebarbieri.wordpress.com/7244/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/danielebarbieri.wordpress.com/7244/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/danielebarbieri.wordpress.com/7244/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/danielebarbieri.wordpress.com/7244/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/danielebarbieri.wordpress.com/7244/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/danielebarbieri.wordpress.com/7244/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/danielebarbieri.wordpress.com/7244/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/danielebarbieri.wordpress.com/7244/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/danielebarbieri.wordpress.com/7244/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/danielebarbieri.wordpress.com/7244/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/danielebarbieri.wordpress.com/7244/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/danielebarbieri.wordpress.com/7244/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/danielebarbieri.wordpress.com/7244/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/danielebarbieri.wordpress.com/7244/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=danielebarbieri.wordpress.com&amp;blog=2198984&amp;post=7244&amp;subd=danielebarbieri&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Michel Martone, uno Shiva sfigato</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 18:01:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Bozidar Stanisic Qualche giorno fa, in una scuola superiore di Udine (dove sono stato per un incontro su «I Balcani oggi, ieri e domani») uno studente mi ha chiesto perché avevo dedicato tanta attenzione al tema dei voltagabbana nel sistema socialista jugoslavo. Certo, le mie considerazioni sui fattori umani sociali e sub-culturali nel crollo [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=danielebarbieri.wordpress.com&amp;blog=2198984&amp;post=7233&amp;subd=danielebarbieri&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Bozidar Stanisic</strong></p>
<p>Qualche giorno fa, in una scuola superiore di Udine (dove sono stato per un incontro su «I Balcani oggi, ieri e domani») uno studente mi ha chiesto perché avevo dedicato tanta attenzione al tema dei voltagabbana<span id="more-7233"></span> nel sistema socialista jugoslavo. Certo, le mie considerazioni sui fattori umani sociali e sub-culturali nel crollo del socialismo e sulla costruzione dei contesti del capitalismo selvaggio a partire dagli anni novanta in poi sono state dure (ma più duri sono i fatti stessi).<br />
Quello studente mi ha detto, quasi per consolarmi, che il fenomeno sia dei voltagabbana (ieri comunisti, oggi &#8220;democratici&#8221; approfittatori e nuovi ricchi) che delle persone che si adattano a ogni circostanza politica e sociale, assolutamente non è una specialità balcanica.<br />
Da quanti anni lei vive in Italia? &#8211; mi ha chiesto.<br />
Quasi 20.<br />
Non commentò, sicuramente rispettoso nei riguardi della mia età.<br />
La sera del 24 gennaio, tornando in macchina a casa da Trieste («restare calmi, roba da filosofi» sentivo questa canzone alla radio) ho ascoltato le ultime notizie della giornata. Una di spicco è nelle parole di Michel Martone, viceministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, che ha definito uno sfigato chi non si è ancora laureato a 28 anni.<br />
Molti di coloro che &#8211; secondo il viceministro &#8211; forse dovevano dire solo “signorsì” &#8211; hanno protestato nei vari social network. Tornato a caso, vado a sfogliare qualche info su Michel Martone: 37enne, a 29 era già titolare di una cattedra universitaria e aveva pubblicato su diverse riviste scientifiche; figlio di Antonio Martone, ex presidente dell’Anm ed ex avvocato generale della Corte di Cassazione, si è laureato in Giurisprudenza nel 1997 con 110 e lode; nel 2005 vince il concorso come professore ordinario di Diritto del lavoro all’università di Teramo; insegna inoltre alla Scuola superiore della pubblica amministrazione e svolge il ruolo di professore incaricato di Diritto del lavoro a Giurisprudenza nell’università Luiss; Renato Brunetta, ex ministro della Pubblica amministrazione, lo ha nominato consigliere giuridico, ma è stato sostenuto anche da Maurizio Sacconi; è stato inoltre segretario della Commissione scientifica per la preparazione dello Statuto dei lavoratori; è rappresentante per il nostro Paese nel consiglio di amministrazione di EuroFound ed è iscritto come avvocato all’albo professionale di Roma; scrive per «<em>Il Sole-24 Ore</em>», «<em>Il Riformista</em>» e sulle riviste «<em>Formiche</em>» e «<em>Aspenia</em>».<br />
Dio bon, sembra un Montezemolo-2. Uno Shiva con 22 mani?<br />
E&#8217; un genio, mi dicevo. La mia testa balcanica, pur con tante difficoltà, riusciva a capire che il viceministro aveva due o tre sosia per fare tutte queste cose: chissà se i sosia vengono tutti pagati su un solo c/c bancario. Martone insegna in tutte quelle facoltà, ma gli studenti lo vedono regolarmente? Tiene davvero le lezioni? Forse sì, forse no&#8230; Scrive senza «negri» o «negre»? (<em>nel gergo giornalistico si chiama «negro» chi fa gran parte del lavoro e poi non figura</em>) Lo sanno lui, i «negri» e le «negre».<br />
Credo abbia capito bene tutte le lezioni su come diventare “conformi”: facoltà questa, facoltà quella, Brunetta e Sacconi ieri, Monti oggi&#8230; Che teatro. Quante gabbane.<br />
Siamo dalle parti di Molierè? O di Jovan Sterija (un commediografo serbo) che scrisse «<em>I patrioti</em>», una farsa nella quale i protagonisti cambiano carattere con il vento che soffia? No, non voglio denigrare la cultura generale del viceministro. Da secchione («meglio essere secchioni» ha detto) ascoltava anche lezioni sulla letteratura.<br />
Però una lezione il viceministro non l&#8217;ha imparata, una molto semplice ma profonda. Quella sul come dialogare con gli altri. Visto che gli è sfuggita, è uno sfigato.</p>
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		<title>«Sette opere di misericordia» dei De Serio</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 11:01:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[di Iacopo Zanon «Sette opere di misericordia», opera prima dei fratelli De Serio &#8211; Gianluca e Massimiliano &#8211; è un film per alcuni versi sorprendente. Perché rischia, osa, scommette su una struttura drammaturgica fuori dalle classiche linee guida. Nelle sale in questi giorni, ne scriviamo poiché abbiamo un sogno: che batta gli incassi di «Benvenuti [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=danielebarbieri.wordpress.com&amp;blog=2198984&amp;post=7231&amp;subd=danielebarbieri&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Iacopo Zanon</strong></p>
<p>«<em>Sette opere di misericordia</em>», opera prima dei fratelli De Serio &#8211; Gianluca e Massimiliano &#8211; è un film per alcuni versi sorprendente. Perché rischia, osa, scommette su una struttura drammaturgica fuori dalle classiche linee guida.<br />
Nelle sale in questi giorni,<span id="more-7231"></span> ne scriviamo poiché abbiamo un sogno: che batta gli incassi di «<em>Benvenuti al Nord</em>», che faccia un salto talmente alto da destabilizzare le logiche ammuffite e retrogradi del nostro povero mercato cinematografico.<br />
Dipende anche da voi. Tutti voi. Perciò coraggio, leggete fino in fondo e poi uscite, riempite le sale, accorrete in massa (critica).<br />
La storia: Luminita &#8211; cioè Olimpia Melinte -  giovane ragazza romena che vive di piccoli-grandi furti in una Torino &#8220;a margine&#8221;, nella sua corsa finale verso la libertà (consiste nell&#8217;ottenere un documento di identità che le permetta di tornare ad essere una persona e non una immigrata clandestina)  si imbatte in Antonio &#8211; Roberto Herlitzka -  uomo solo, ammalato ai polmoni a causa del proprio lavoro (smaltimento rudimentale di copertoni per conto di altri). C&#8217;è un bambino rapito di mezzo, altri personaggi più o meno puliti &#8211; Ignazio Oliva e Stefano Cassetti -  e c&#8217;è il ritratto mai scontato di umanità messe a confronto in un tempo che di umano non ha più nulla.<br />
C&#8217;è l&#8217;incontro-scontro lucido, impietoso e commovente fra Luminita e Antonio, dove la ragazza pur di ottenere ciò che vuole maltratta e chiude in prigione il povero vecchio (reminiscenze e citazioni più che lecite dal «<em>Buongiorno, notte</em>» di Marco Bellocchio).<br />
Arrivati a questo punto, a metà film, i De Serio prendono coraggio e dimenticano le regole della scrittura, capovolgono l&#8217;ordine naturale delle cose, srotolano la pellicola in modo nuovo, diverso, regalandoci uno sviluppo filmico inedito.<br />
Sarà per questo che, più che rimandarci alle preziosissime pellicole dei fratelli Dardenne, questo film ricorda atmosfere e sviluppi tarkovskiani.</p>
<p>L&#8217;ho già detto? Non importa, lo ripeto: andatelo a vedere e fate presto. Prima che lo tolgano, prima che l&#8217;odioso mercato compia un altro omicidio eccellente.</p>
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<p><strong>BREVE NOTA (CON AUSPICIO)</strong><br />
Da tempo corteggio un amico per una rubrica di cinema (intendo in blog) e un&#8217;amica per un&#8217;altra di teatro. Si negano, cambiano casa di frequente, girano con il passamontagna persino nel cyber-space pur di non incontrare il temibile db-sanguisuga. Prima o poi ce la farò o avanzeranno autorevoli candidati (un francese, tal Jean-Luc Godard, si era offerto ma insomma non so se posso fidarmi di un novellino). Nel frattempo …. oggi offro in successione la carrellata &#8211; stamattina, curata da Giovanna &#8211; e questa rec di Iacopo. Grazie a entrambi e fatevi spazio quando volete. Che le vostre due rec siano di buon auspicio. (<em><strong>db</strong></em>)</p>
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		<title>Asghar Farhadi: “Una separazione”</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 23:01:30 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Cinema]]></category>
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		<description><![CDATA[Collage di Giovanna Tomai Magnifico film. Una coppia si separa, ma una serie di eventi li mette a confronto. I protagonisti, tutti, sono messi alla prova della verità, il bisogno di mentire per difendersi o per difendere qualcun&#8217;altro. Tutti hanno ragione e tutti hanno torto. Solo la figlia dei separati, alla fine prende in mano [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=danielebarbieri.wordpress.com&amp;blog=2198984&amp;post=7227&amp;subd=danielebarbieri&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Collage di <strong>Giovanna Tomai</strong></em><br />
Magnifico film. Una coppia si separa, ma una serie di eventi li mette a confronto. I protagonisti, tutti, sono messi alla prova della verità, il bisogno di mentire per difendersi o per difendere qualcun&#8217;altro. Tutti hanno ragione e tutti hanno torto. Solo la figlia dei separati, alla fine prende in mano il gioco e vince, con sofferenza, la partita. Il film è favoloso, i protagonisti ti avvincono, l&#8217;ansia cresce lentamente, i giochi delle parti si mescolano e modificano. Grande esempio di cinema. Meraviglioso anche lo sguardo su un Iran moderno, contemporaneo a noi, quando invece ne viviamo una visione distorta. Assolutamente da non perdere.<span id="more-7227"></span></p>
<p><em>     Questa prima recensione scovata in rete è quella di <strong>Paolo Mereghetti</strong> (dal “</em>Corriere della sera<em>”).</em><br />
Assuefatti a troppi punti esclamativi, si ha timore a usare parole come «capolavoro»: definirne i limiti e i significati sembra ogni giorno più arduo. Ma se c’è un film per cui si può usare, quello mi sembra Una separazione di Asghar Farhadi, trionfatore all’ultimo festival di Berlino (oltre all’Orso per il miglior film, la presidentessa Isabella Rossellini è riuscita a far premiare collettivamente sia il cast femminile che quello maschile: un fatto eccezionale di cui bisogna renderle merito) e una delle più sottili e straordinarie prove di scrittura e messa in scena viste di recente: una «dimostrazione» perfetta di cosa sia il Grande Cinema. E questo nonostante l’apparente semplicità di storia e regia.<br />
Le prime scene spiegano il titolo: Simin (Laila Hatami, una vera star in Iran) vuole divorziare dal marito Nader (Peyman Moaadi) perché non è disposto a trasferirsi all’estero con lei non volendo abbandonare il padre malato di Alzheimer. Questo rifiuto, che spinge la moglie a trasferirsi dalla madre, fa scattare la necessità di trovare chi si occupi del padre durante il giorno, per cui si offre Razieh (Sareh Bayat), ma acuisce anche la crisi della figlia Termeh (Sarina Farhadi, figlia del regista), contraria alla separazione dei genitori e apparentemente dalla parte del padre con cui ha scelto di restare.<br />
Le cose, però, non sono mai semplici come appaiono e queste prime scelte pian piano ci fanno scoprire altre cose: per esempio che la «badante» è incinta e che suo marito (Shahab Hosseini) non sa di questo lavoro, che entrambi sono ultraortodossi (mentre Simin e Nader lo sembrano meno) e che lui è disoccupato e tormentato dai debitori. Da cui si capisce perché la moglie abbia bisogno di lavorare nonostante il suo stato e perché lo faccia di nascosto dal marito.<br />
Tutto questo lo spettatore lo scopre poco a poco, quasi di sfuggita, senza mai avere una piena certezza di quello che spinge i vari protagonisti a comportarsi in un modo o in un altro. Farhadi filma le scene con la (apparente) semplicità di un occhio documentario, con la «noncuranza» di chi sembra interessato a registrare soltanto semplici squarci di vita. Solo dopo, quando le cose si complicano, ci si accorge che quello che sembrava accadere quasi casualmente davanti alla macchina da presa era essenziale allo sviluppo dell’azione e alla comprensione dei comportamenti di ognuno.<br />
La convenzione critica per cui chi scrive «anticipa» al lettore il succedersi degli avvenimenti rischia così di togliere quella sorpresa che si compie negli occhi e nella mente dello spettatore quando una scena o una battuta rimandano a quello che prima era come scivolato via. Non c’è niente nella messa in scena di Farhadi che si riveli inutile o superficiale, tutto ha una sua «necessità» e importanza ma dalla platea lo scopriamo solo quando una scena o una battuta ci obbligano a ripensarci sopra. Abituati a un cinema che dà per scontato la nostra «superficialità» di spettatori e che sottolinea con insistenza ogni cosa, rischiamo di restare spaesati di fronte alla semplicità e alla linearità del racconto di «<em>Una separazione</em>».<br />
Il montaggio «invisibile» del film non si sostituisce alla nostra attenzione, come ormai ci ha abituato il modo hollywoodiano (e non solo) di spezzettare l’azione. Le storie parallele costruite grazie al montaggio alternato mettono chi guarda nella comoda situazione di chi sa già che alla fine tutti i fili della storia finiranno per essere tirati e riuniti (ricordate i film di González Iñárritu tipo «<em>Babel</em>»?). Qui no: Farhadi aggiunge ogni volta un nuovo tassello, una «spiegazione» in più perché a lui non interessa (solo) costruire un film che conquisti l’attenzione dello spettatore ma un film che ci faccia entrare nella testa e nel cuore delle persone che ha deciso di filmare.<br />
Il peso della religione nei comportamenti delle persone, le differenze di classe e di sesso, la «sincerità» e l’«onestà» delle persone, sono tutte informazioni che il film ci fa capire e scoprire scena dopo scena. Perché dietro a ogni azione e a ogni scelta quotidiana ci sono ragioni diverse e contraddittorie che non è così facile capire e decodificare (per rispettare la solita convenzione critica, devo almeno aggiungere che l’assunzione della «badante» finisce in tribunale) e ognuno degli interessati può dire una verità che forse appare così ai propri occhi ma non a quelli degli altri.<br />
E tutto questo lo scopriamo non con dei «colpi di scena» come insegnano i professionisti delle sceneggiature o mettendo a confronto «versioni» diverse (alla «<em>Rashomon</em>») ma per successivi avvicinamenti alla complessità della vita, per continui e sottili svelamenti di nuovi elementi della realtà. A riconferma dell’eterna giustezza di cosa già diceva Renoir nella «<em>Regola del gioco</em>»: «Il tragico della vita è che tutti hanno le loro ragioni».<br />
<em>Le recensioni &#8211; o gli stralci? &#8211; che trovate qui sotto invece circolano in rete senza firme o fonti; grazie in anticipo se qualcuna/o dà indicazioni utili per dare a Cesare (o a Cesarina) quel che è suo</em>.</p>
<p>Nadir e Simin sono una coppia borghese che sta per divorziare, anche se fra i due non tutto è finito. Lei vuole espatriare dall’Iran, tanto che ha anche ottenuto la documentazione necessaria. Lui invece sente di dover rimanere per poter assistere il vecchio padre ammalato. In mezzo ci sono i sentimenti di Termeh, figlia undicenne. Le cose però si complicano ulteriormente quando Nadir finisce in tribunale. Per le accuse mossegli dalla badante dell’anziano padre e dal marito di lei, entrambi religiosissimi, provenienti da un ceto sociale modesto.<br />
Una separazione, eppure tante separazioni. Quella fra i due sposi, quella paventata dalla terra natia, quella dall’anziano padre che con l’Alzheimer non è più lui, quella della ragazzina che sta perdendo l’unità della propria famiglia. È apparente, soltanto apparente la semplicità della struttura di quest’ultimo gioiello firmato Asghar Farhadi. Una patina infinitamente leggera che appena sotto nasconde un arcobaleno di emozioni. Serve un tocco delicato ed attento (soprattutto alla censura!) per raccontare l’Iran di oggi.</p>
<p>«<em>Una separazione</em>» è una fotografia vivida della quotidianità, delle problematiche, delle ambizioni di una società complessa. Teocratica ed ai limiti della misoginia, chiusa per molti versi ed anche ricca di valori per molti altri. La lente utilizzata dal trentanovenne cineasta iraniano, amico del martire del cinema patrio Jafar Panahi, è bifocale. Abbiamo uno sguardo che sorvola dall’alto le dinamiche sociali di una nazione piena di contraddizioni e di risorse (l’incontro-scontro fra la famiglia piccolo borghese dei protagonisti e quella modesta e ultra conservatrice della badante cui si rivolgono), ed abbiamo poi un primo piano fatto di ragioni intime. Questioni che potrebbero appartenere ad ognuno, senza confini geografici. Ingenerando interrogativi evergreen sugli obblighi morali che afferiscono le persone appartenenti ad un medesimo nucleo familiare. Ecco, la pellicola vincitrice dell’Orso d’oro 2011 al Festival di Berlino come <em>Miglior film</em>, più che sciogliere i dubbi, favorisce la riflessione, alimenta ulteriori quesiti. Interiori e non.</p>
<p>La tecnica narrativa adoperata è lontana dagli standard occidentali, soprattutto quelli americani, poiché procede placida, senza colpi di scena. Le spiegazioni degli avvenimenti avvengono lentamente, senza giudizi di merito, senza additare buoni e cattivi. E per un cinema così all’avanguardia non potrebbe essere altrimenti. Nonostante tutte queste precauzioni, Asghar Farhadi realizza un’opera forte. Delicato non vuol dire fragile, i sentimenti in gioco non implicano necessariamente un tono melenso. Non c&#8217;è pietismo, anzi. Certo, in Iran ci sono questioni irrisolte, anche gravi, ma è pur sempre la terra degli avi. Farhadi non è d’accordo “con l’immaginario che l’Occidente ha del Paese”, dove, riferendosi alle vicende di Una separazione “ci sono più divorzi che dalle vostre parti”, e dove comunque è ancora possibile girare dei film “ad un costo decisamente inferiore”.<br />
&#8220;Se voi foste il giudice&#8221; è una rubrica de &#8220;<em>La settimana enigmistica</em>&#8221; dove viene chiesto di decidere chi avrebbe ragione tra due punti di vista ugualmente giustificabili. Asghar Farhadi fa lo stesso: fin dall&#8217;incipit ci mette di fronte a Naader e Simin con una soggettiva del giudice che sta vagliando la loro istanza di divorzio. Lei che vuole espatriare con la figlia undicenne per garantirle un futuro migliore, lui che vuole rimanere e prendersi cura del padre malato di Alzheimer. Quando lei se ne va di casa, la loro vita si intreccia a quella di un&#8217;altra coppia: Razieh, assunta come badante, e suo marito Hodjat, in una questione dove ognuno ha le proprie ragioni e nessuno ha davvero torto.</p>
<p>La messa in scena mescola la verosimiglianza della storia, dei dialoghi, dei volti (quello commovente del padre di Naader) e delle persone a un&#8217;impostazione teatrale &#8211; ibseniana per il ruolo della donna, pinteriana per tensione &#8211; che è background di Farhadi. Come in «<em>About Elly</em>» veniva introdotto il mistero di una scomparsa, qui ce n&#8217;è un altro da districare: un incidente che si rivela enorme per i protagonisti. Qualunque punto di vista diventa credibile, ogni ragione inappellabile, ogni torto marcio. Il potere di giustizia della legge sterile e impotente.<br />
Ritroviamo il muro di convenzioni della società iraniana, la religione, le tradizioni, i pregiudizi, le contraddizioni, il ruolo della donna, il senso della verità, ma soprattutto sono l&#8217;omissione e i segreti a dar seguito a strascichi imprevedibili.<br />
Per quanto gli uomini si dimostrino ostinati, arroccati nelle loro posizioni e a loro modo fragili, sono le donne ad avere il coraggio di agire, anche se di nascosto. Le due protagoniste rappresentano quello che, secondo lo stesso regista, è il confronto tra due visioni del bene in conflitto: non ci sono buoni o cattivi tra cui scegliere. Farhadi però cerca di concentrarsi anche sulle donne che verranno: la piccola figlia di Razieh da una parte, e Termeh, la figlia adolescente di Naader e Simin, dall&#8217;altra, costretta a subire lo strazio della separazione, che viene formata dal padre anche con piccoli gesti, come chiedere il resto al benzinaio. È lo sguardo di solidarietà che le due si scambiano verso il finale a racchiudere un sentimento di reciproca incomprensione per quel mondo di adulti fatto di ostinazione, acredine, regole e leggi non scritte, di cui sono testimoni.</p>
<p>Dialoghi concitati, parole che si sovrappongono (ulteriore rammarico di vedere questi film doppiati), camera a mano, personaggi spesso di quinta, la pluralità di punti di vista come nella scena in cui Naader si trova con Razieh e Hodjat davanti al giudice con quella danza di concitati campi/controcampi a quattro, rendono la regia di Farhadi puntuale ed essenziale. L&#8217;impostazione teatrale viene rimarcata anche dai fatti riportati, o da quelli che si svolgono fuori campo, spesso dietro porte, pareti o vetrate: un corto-circuito di testimoni-giudici all&#8217;interno del film e al di fuori. L&#8217;occhio del cinema non arriva a mostrarci &#8220;la verità&#8221;, ma si limita a testimoniare a sua volta.<br />
Di nuovo un grande lavoro di attori, come ad esempio Sareh Bayat, costretta da Farhadi, per il suo ruolo di donna tradizionalista e religiosa, a recitare cinque preghiere al giorno, frequentare le letture del Corano per le donne e a non parlare agli uomini della troupe.</p>
<p>Il mistero, più che tendere semplicemente alla risoluzione, continua ad accumulare domande, per lo più di tipo etico. Dice sempre Farhadi di non essere interessato tanto all&#8217;azione, quanto all&#8217;intenzione che porta ad agire, e, quando questa diventa impalpabile e difficile da capire, allora anche quello che chiamiamo morale diventa fragile. La forza del film, il merito della sceneggiatura, sta in una costruzione di equilibri tra i personaggi di fronte a cui è difficile prendere posizione.</p>
<p>Meno toccante di «<em>About Elly</em>» per impostazione, ma capace comunque di emozionare e far respirare i personaggi, <em>«Una separazione</em>» ci consegna un regista che, all&#8217;interno delle soffocanti maglie della dittatura e pur avendo subito limitazioni, ci fa tastare il polso del suo paese. Ci introduce in una vicenda di personaggi vivi con cura e sensibilità letterarie. Come spettatori occidentali viene da chiedersi quante sfumature non cogliamo, quanto influisca quel fascino da turisti un po&#8217; sprovveduti, un po&#8217; benpensanti, che proviamo per quell&#8217;Iran che ogni volta ci meraviglia con le sue contraddizioni, la sua forza e il suo cinema.</p>
<p><strong>BREVE NOTA (QUASI CINEFILA)</strong><br />
Da tempo corteggio un amico per una rubrica di cinema (intendo in blog) e un&#8217;amica per un&#8217;altra di teatro. Si negano, cambiano casa, girano con il passamontagna persino nel cyber-space pur di non incontrare il temibile db-arruolatore. Prima o poi ce la farò o salteranno fuori autorevoli candidati (un francese, tal Jean-Luc Godard, si era offerto tempo fa ma insomma non so se posso fidarmi del primo che passa). Nel frattempo oggi offro in successione questa carrellata e alle 12  una rec di Iacopo Zanon: che siano di buon auspicio (<em><strong>db</strong></em>)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il programma è Buen Vivir</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 18:01:29 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gabriela De Cicco</strong> (20 gennaio) per Awid, Association for Women&#8217;s Rights In Development<br />
Intervista alll&#8217;economista ecuadoriana <strong>Magdalena León</strong> di Remte, la Rete delle donne latino-americane per la trasformazione dell&#8217;economia;  traduzione e adattamento di <strong>Maria G. Di Rienzo</strong>.<span id="more-7223"></span></p>
<p>L&#8217;approccio del “ben vivere” (“buen vivir”, o “sumak kawsay” in Quechua) promuove la vita ed il bilanciamento fra esseri umani ed altri esseri viventi, in modo da coesistere in armonia con la natura. L&#8217;Ecuador, come la Bolivia, ha incluso ii concetto di “ben vivere” nella propria Costituzione ed entrambi i Paesi considerano la natura come un&#8217;entità legale portatrice di diritti.</p>
<p>AWID: Per favore, parlaci dei processi che hanno condotto all&#8217;inclusione del “Buen Vivir” nella Costituzione ecuadoriana.</p>
<p>Magdalena León (ML): L&#8217;Assemblea Costituzionale dell&#8217;Ecuador redasse una Costituzione che passò per referendum nel settembre 2008. Creammo un&#8217;Assemblea Costituzionale con ampio mandato al fine di costruire nuove fondamenta per il Paese. La nostra sfida era ricreare lo Stato e avevamo un&#8217;agenda ambiziosa, che intendeva cambiarlo interamente. Fummo in grado di includere il “Buen Vivir” perché provenivamo da una traiettoria che aveva messo in questione non solo il neoliberismo, ma anche il sistema capitalistico nel suo insieme, a livello nazionale e regionale.<br />
Quando pensammo all&#8217;Assemblea Costituente in Ecuador, con un cambiamento radicale al suo orizzonte, esaminammo non solo i saperi che avevamo accumulato noi, ma anche quelli della regione latino-americana, per essere in grado di identificare le istanze chiave che sarebbero state ridefinite da quell&#8217;orizzonte.</p>
<p>AWID: Una volta incluso nella Costituzione, quali furono i passi successivi?</p>
<p>ML: La fase dell&#8217;Assemblea Costituzionale fu un momento straordinario in Ecuador. Venivamo da un periodo di instabilità e di tali terribili fallimenti nel maneggio dell&#8217;economia e della politica da parte dei settori tradizionali, che erano perciò completamente screditati e l&#8217;intera società era concentrata sul trovare alternative: così, non fu difficile far passare la nuova Costituzione.<br />
Al momento di decidere la propria agenda come governo, “Alianza País” &#8211; lo spettro di organizzazioni e movimenti ora al potere – si impegnò in un esercizio molto innovativo di costruzione collettiva, aggiungendo altre agende alla propria. Collezionarono proposte e alternative che non erano mai circolate tramite i canali convenzionali prima d&#8217;allora, neppure attraverso quelli della Sinistra, inclusa la diversità sessuale e agende radicali femministe. Ci chiedemmo: guardando con la lente femminista come sarebbe la proposta di ricreare lo Stato? E in qualche modo facemmo in modo di imprimere nella Costituzione la visione risultante.</p>
<p>AWID: Che impatto ha avuto la visione femminista sulla nuova Costituzione?</p>
<p>ML: Da un lato, nella parte della Costituzione che si occupa dei diritti umani abbiamo continuità, affermazione ed approfondimento, ma la novità stette nel ridefinire il sistema in cui avremmo vissuto. Abbiamo sostenuto con forza “Buen Vivir”, persino ridefinendo ciò che si identifica come lavoro ed i suoi scopi, nonché le definizioni di “sistema economico” e “regime economico”.<br />
“Buen Vivir” trovò presto un&#8217;eco nella nostra visione femminista, poiché condividiamo la stessa visione della vita e della riproduzione della vita come asse al posto del mercato. Nella precedente Costituzione, il lavoro era inteso come impiego formale, mentre altre attività erano considerate informali. Abbiamo fatto in modo di ridefinire il lavoro, come attività che produce beni e servizi – sia nel mercato sia nella sfera pubblica – allargando lo scopo del diritto al lavoro e dei diritti correlati al lavoro. Tutte le forme di lavoro non pagato sono state riconosciute, e l&#8217;economia di cura è stata prevista in forma diretta o indiretta. L&#8217;economia è stata trasformata in sociale e solidale, considerando i diversi modi di organizzare la produzioni e la proprietà. Nella fase neoliberista le donne non erano invisibili, erano visibili ma legate ad un&#8217;agenda di anti-povertà, non ad un&#8217;agenda di definizioni economiche nel loro insieme. Questo è stato il salto che abbiamo fatto.</p>
<p>AWID: Dopo quasi quattro anni come stanno andando le cose e qual è il ruolo del movimento delle donne?</p>
<p>ML: Prima dell&#8217;Assemblea Costituzionale il movimento delle donne scelse di partecipare al processo trasformativo, usando l&#8217;opportunità per definire dove il Paese stava andando e come. Abbiamo usato tutti gli spazi disponibili, ma senza avere abbastanza capacità. Ammetto che ci piacerebbe avere più abilità, più possibilità per produrre proposte fattibili e strumenti per rendere realizzabile questa grande e nuova visione, ma facciamo quel che possiamo in uno spazio di compartecipazione e contributo alle politiche pubbliche. Quel che sta accadendo nel movimento delle donne è simile a ciò che accade ad altri movimenti in periodi di aggiustamento del focus e di riposizionamento. Alcune si stanno ancora attenendo ad agende settoriali e non vedono che la nuova agenda è stata in grado di andare oltre.<br />
La realtà è che il sistema capitalistico è ancora egemonico; settori che rappresentano il potere economico e politico sono stati colpiti, ma ci sono ancora. Il cambiamento non avviene senza contraddizioni e conflitti – e questo è il punto in cui siamo ora. Fino a che grado la Costituzione è stata recepita e implementata? Questa è l&#8217;agenda a lungo termine e dobbiamo avvantaggiarci di questo momento per compiere avanzamenti il più possibile, prima che altre forze ed altri interessi si riprendano.</p>
<p>AWID: Come proposta, il “ben vivere” si applica sia alle zone rurali sia a quelle urbane?</p>
<p>ML: Al Social Forum delle Americhe le nostre compañeras di São Paulo dicevano: “Suona grandioso, ma in che modo funziona in una città come la nostra?”. E noi chiedevamo loro: “Non respirate, non consumate acqua e cibo ed energia? In questo modo avete relazione con gli elementi base della vostra vita”.  Perché “Buen Vivir” è questo, è il mettere gli elementi base della vita al centro: la loro esistenza, la loro riproduzione, le condizioni in cui sono prodotti e come renderli sostenibili nel tempo. Ciò si applica alla contadina Mapuche che lavora la terra e alla funzionaria di banca, così come ai loro corrispettivi maschili. Stiamo parlando dei processi della vita, degli elementi della vita e di come sono connessi al lavoro. Questo implica mettere il lavoro come asse portante e ci permette di rimettere in esso le istanze di cura, e le donne.<br />
Le interpretazioni tradizionali vedevano il lavoro di cura come qualcosa di orribile che nessuno voleva fare; storicamente, è stato assegnato alle donne come obbligo. Ma se consideriamo il fatto che tutte le forme di vita hanno bisogno di cura (la vita umana, la natura, l&#8217;acqua, la terra) allora la cura diventa una categoria chiave e non c&#8217;è cura senza lavoro, perciò la nostra comprensione del lavoro cambia, non solo del lavoro non pagato, ma del lavoro in generale. Dobbiamo rivalutare il lavoro in tutte le sue forme e riesaminare come tali forme sono remunerate, nel mentre consideriamo altri modi di bilanciare la distribuzione del lavoro stesso. Allora possiamo ripensare le città, la vita urbana e la vita lavorativa industriale.</p>
<p>AWID: A livello di regione latino-americana come vedi le alternative ai modelli di sviluppo prevalenti? E che cooperazione può fornire l&#8217;Ecuador?</p>
<p>ML: Il recente “Summit di America Latina e Caraibi sull&#8217;integrazione e lo sviluppo” ha evidenziato l&#8217;eccezionale momento politico che stiamo vivendo, ma è anche una situazione fragile e potrebbe essere temporanea. Perciò i Paesi latino-americani come l&#8217;Ecuador, il Venezuela e la Bolivia hanno il compito di dimostrare che un altro modello è praticabile ed è possibile.<br />
Allo stesso tempo, la profondità dei cambiamenti a livello nazionale è assai dipendente dalle dinamiche regionali che contribuiscono ad un mutamento nella bilancia di potere per renderla più ampia e più globale. Per esempio a livello monetario, finanziario, i nostri dilemmi e problemi non possono essere risolti su base nazionale, ma necessitano di essere risolti su base regionale, e qui è determinante la nuova architettura finanziaria. Perché al di là di quanto indipendenti siamo nei singoli Paesi, il grado di dipendenza del nostro sistema finanziario dal sistema economico internazionale pone un limite alle nostre aspirazioni se ci manca il sostegno di un progetto più regionale (o se manchiamo di farne parte): un progetto che generi linee guida e indicazioni su un differente bilanciamento del potere, rendendo i cambiamenti possibili.</p>
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